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FLAVIO INSINNA
Nato il 3 luglio
1965 a
Roma.
F **
Timido
e paffutello. Diligente figlio della sobria borghesia romana, Flavio Insinna
- serafico volto televisivo degli ultimi anni - attraversa un’infanzia
morbida e carezzevole, alimentato dalle amorevoli cure della sua famiglia e
dai traboccanti piatti di riso in brodo propinatigli a scuola da suor
Virginia. Nel popoloso quartiere romano di San Giovanni, il giovane Insinna cresce
con ironia e passione per la narrazione, doti appartenenti ai
suoi genitori. Il papà, medico siciliano, e la mamma romana iniziano Flavio
- e con lui Valentina, sorella maggiore dell’attore - al cinema, al teatro
e all’opera. A sette anni Flavio è già un curioso spettatore dell’“Aida” a
Caracalla, tempio romano dell’opera. Racconta che un pomeriggio, alle
elementari, si accorge di non aver studiato le tabelline: il senso di
colpa gli provoca un febbrone da cavallo. Flavio è così: questa
“apprensione” per ogni esame della sua vita non lo abbandonerà mai.
Frequenta brillantemente il Liceo classico Augusto. Introverso, fors’anche
un po’ imbranato, intrattiene i compagni di scuola e le ragazze con
imitazioni gustose e divertenti parodie. Quindicenne, beneducato e compunto,
è tramortito dal grande Gigi Proietti, che si esibisce in “A me gli occhi
please”. Il ciclonico Gigi
rappresenta il suo mito e la guida per i suoi sogni di gloria. Nel
contempo, ambisce alla possibilità di entrare nell’Arma dei Carabinieri.
Incerto destino: un po’ Petrolini un po’ Salvo D’Acquisto. Ma, presto fatto,
è l’Arma a decidere per Flavio: il giovane romano non viene
ammesso, celiando un po’, il colonnello che lo sottopone al test psicologico
di idoneità, dopo le prime battute, lo manda a casa. Mogio mogio, il ragazzo
non abbandona però le sue velleità artistiche. Si immerge con talento nello
studio del canto lirico e del sax tenore, tenta di entrare nell’Accademia
d’arte drammatica di Roma. Ma per lui Flavio si sbarrano anche le porte
della prestigiosa scuola. Insomma, delusione e frustrazione lo allontanano
dall’arte di Talia (musa della commedia). Complici l’affetto e
l’intraprendenza della sorella Valentina, si ritrova iscritto, suo malgrado,
alla scuola di recitazione di Alessandro Fersen. Il regista e drammaturgo di
origine russa-polacca si spende instancabilmente nell’insegnamento verso i
suoi allievi, ispirandosi al famoso metodo Stanislavskij. Grazie a lui,
Flavio esplora il profilo psicologico dei personaggi da interpretare,
evidenziandone affinità e differenze con la propria personalità. Dopo due
anni, presenta la domanda per partecipare alle audizioni del dirimpettaio
“Laboratorio di esercitazioni sceniche” di Gigi Proietti. E sbaraglia gli
altri partecipanti al provino di ammissione. Proprio davanti al
“divino” Proietti si
consuma in un moderno e al tempo stesso romantico monologo tratto da “Edmund
Kean, genio e sregolatezza”. Gli inizi però non sono rosei. Sgobba,
impegnandosi corpo ed anima in improbabili tournée con compagnie
teatrali senza quattrini. Poeticamente si definisce uno “scavalca montagne”,
termine che indica quei teatranti che vagano di paese in paese... Nessuna
sindrome bohemienne per il buon Flavio, dal momento che, comunque, si
sente un privilegiato. La sua famiglia non l’ha mai ostacolato nella scelta
professionale, anzi, ha supportato (anche economicamente) le sue iniziali e
non retribuite fatiche artistiche. I suoi primi
esordi risalgono al remoto 1987, in uno
spettacolo futurista con i testi di Marinetti e Petrolini. Avvistato più o
meno regolarmente sui palcoscenici - soprattutto romani - recita in “Lighea”
di G. Tomasi di Lampedusa e “Tosca”, con la regia di Gigi Magni, in
compagnia degli allievi del
Laboratorio di Gigi Proietti. Dalle performance impegnate nei teatri più
integralisti d’Italia, a poco a poco Insinna si sdoppia miracolosamente, in
televisione e al cinema: “Uno di noi” con Virna Lisi e Joele Dix; “Il
Mastino” con Eros Pagni; “Un bugiardo in paradiso” diretto da Oldoini; “I
Figli di Annibale” di Davide Ferrario al fianco del navigato Diego
Abatantuono. Eccoci alla fine degli anni Novanta e Flavio non è più uno
sconosciuto. Registi e produttori puntano su di lui quale volto
familiarmente ingenuo a cui passare il testimone di una nuova italica
maschera cinematografica e televisiva. Nel 1999 indossa finalmente la tanto
agognata divisa nella fiction “Don Matteo” (Raiuno). Sarà il metodo
Stanislaskji faticosamente appreso o forse il desiderio di una carriera
militare, tant'è che nello sceneggiato Insinna non impersona il capitano
Anceschi: lui "è" il capitano Flavio Anceschi. Un personaggio cucito addosso
alla sua multiforme personalità: malinconico, lunatico, impacciato,
allergico ai legami, l'attore romano – amato dal pubblico televisivo – è
l’ufficiale dei Carabinieri che per cinque lunghe serie televisive
battibecca con un prete “impiccione” (ed anche un po’ saccente) interpretato
da Terence Hill. Dal set umbro dove si svolgono le stravaganti indagini del
capitano Anceschi e di don Matteo, Insinna corre verso un’altra location:
“Guardami” di Davide Ferrario, nel ruolo di un sofferente maestro malato di
cancro che si innamora di un’attrice porno anch’essa alla fine dei suoi
giorni (impersonata da Elisabetta Cavallotti). Scene roventi fra i due
interpreti. Il papà di Flavio (chirurgo), per sdrammatizzare la pateticità
della storia, gli fa notare sommessamente che un uomo divorato da metastasi
non possiede quel furore erotico. Intenso ma poco compreso, il film non
ottiene il successo sperato. Ossessivo e cocciuto, lo ritroviamo così
“Maria figlia del suo figlio”, “Padre Pio, un santo fra noi”, “All stars” di
Giagni, “Il partigiano Johnny” di Guido Chiesa e finanche ne “La
finestra di fronte” di Ozpetek. Autoironico e modestamente consapevole,
racconta così il suo personaggio ozpetekiano: “Sono un fornaio, cosparso di
farina, compaio per un minuto, subito dopo vengo pugnalato”. Torvo e
cattivissimo. eccolo anche in “Distretto di polizia” (edizione 2000) di
Renato De Maria. Ma uno dei primi personaggi che consegna Flavio Insinna
all’amore del pubblico è quello di Don Basilio, padre passionista nello
sceneggiato “Maria Goretti” di Giulio
Base, sedotto dal personaggio del prete, paladino dei braccianti. E'
ormai un attore di grande esperienza nel “Meucci” di Costa e, di nuovo
sul grande schermo, in “Tutto in quella notte” di Bertini, nel 2004 la
consacrazione nel “Don Bosco” e, successivamente, sofferente e convincente
nel “Don Pietro Pappagallo”. Insinna non nasconde la sua fede religiosa e
ha il phisique du role del giovanotto borghese e perbene che accende il
cuore delle donne. Deliranti messaggi femminili (“quando ti passi le dita
fra i capelli, una freccia trafigge il mio cuore”) subissano i blog a lui
dedicati. Ma le ragazze on line si possono rilassare: il buon Flavio, per
sua stessa ammissione, non possiede un computer. Racconta infatti che sul
palco di Sanremo (edizione 2007) la stralunata, vermiglia Milva rivela di
avergli inviato una e-mail, che ovviamente lui non ha mai ricevuto. Ma il
vero nonsense è la stessa brechtiana star a confessarlo: nemmeno lei
possiede un pc! Premiato fino
all’indigestione, con l’espressione di quello che è arrivato lì per caso ed
immeritatamente, è accolto da applausi e successo al “Telegrolle – scommessa
vinta” ed al Premio per l’Europa. Casalingo idolo di mamme e zie,
semiserio amante latino, nel 2006 il prode Flavio supera un
meticoloso provino ed è il nuovo conduttore del game-show “Affari
tuoi” (in onda su Raiuno dopo il tg delle ore 20:00, reso strapopolare da
Paolo Bonolis). Si dimena in studio, suda, esorta i concorrenti.
Si definisce il “Robin Hood” di San Giovanni, il quartiere dal quale
proviene. Si esagita davanti alle telecamere, madido di sudore.
Incolla colte citazioni a parodie albertosordiane. Si commuove, incalza i
regionali pacchisti, contratta ruffianamente con il “dottore”. E'
rassicurante e conquista milioni di telespettatori. Ma non è tipo
da esaltarsi per il suo successo ed il suo talento. Prima di accettare di
condurre “Affari tuoi” Insinna
racconta: “Da ragazzino smettevo di fare i compiti per guardare Paolo
Bonolis in ‘Bim Bum Bam’. Se avessi pensato al confronto non avrei mai
accettato. Lui è un fuoriclasse, io sono uno che si dà da fare al
centrocampo, poi passa la palla”. Il Gattuso di Raiuno, come ama definirsi.
Magari “conosco qualche congiuntivo in più, ma lui è sicuramente più bravo a
giocare a pallone”. Testimonial garbato di diversi spot pubblicitari,
scivola nella trappola di una mini sit-com “Cotti e mangiati” su Raiuno:
una banale rappresentazione comica di un interno familiare. Programmata in
prima serata, tenta di rifare il verso alla dissacrante sit “Camera caffè”
con Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu su Italia 1. Nel maggio 2008 Flavio,
raccolti i frutti copiosi derivatigli da “Affari tuoi”, abbandona la
trasmissione. Fra una polemica e l’altra trova anche il tempo di farsi
ritrarre a Ponza, avvinghiato ad una procace mora. Continua però a proporsi
come scapolo impenitente, fotografato in posa mollemente sul divano buono di
papà Insinna. Si imbarca in una fiction, seguitissima, “Ho sposato uno
sbirro”, nella quale gioca il ruolo di un intrigante piedipiatti,
leggermente imbranato. Poi, “Senza swing” di Giampiero Solari: il timbro
caldo e perentorio della sua voce accompagna l’eterna storia dell'umana
mediocrità. Flavio, candidamente consapevole della sua bravura, sembra
scusarsi per essere un ottimo attore ed un dinamico conduttore.
(gennaio 2010)
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