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GIORGIO FALETTI
Nato il 25 Novembre 1950 ad
Asti.
F *
“L’uomo
è uno e nessuno. Porta da anni la sua faccia appiccicata alla testa e la sua
ombra cucita ai piedi e ancora non è riuscito a capire quale delle due pesa
di più. Qualche volta prova l’impulso irrefrenabile di staccarle e
appenderle a un chiodo e restare lì, seduto a terra, come un burattino al
quale una mano pietosa ha tagliato i fili. A volte la fatica cancella tutto
e non concede la possibilità di capire che l’unico modo valido di seguire la
ragione è abbandonarsi a una corsa sfrenata sul cammino della follia”. Sono
queste le parole che solcano l’esordio letterario di Giorgio Faletti, che
nel 2002 travolge i bibliofili di mezzo mondo con “Io uccido”, suo primo
romanzo edito da Baldini&Castoldi. Un thriller mozzafiato, che in poco
tempo scala i vertici delle classifiche italiane e viene tradotto in
venticinque lingue. Un sensazionale caso editoriale, con quattro milioni di
copie vendute solo nel nostro Paese dall'esordiente scrittore
di thriller. Che, prima di rimaner folgorato sulla via di Stephen King,
spargeva perle di ridanciana letizia dal pulpito del “Drive In” targato anni
Ottanta. “E’ qui che c’è le donne nude? Io mi piacciono le donne nude perché
c’hanno tutto l’esterno in pelle. Chissà se dentro son metallizzate!”.
Bermuda d’antan con cinturone stretto in vita, cappelletto da baseball messo
per storto e, a completar l’opera, un paio di raccapriccianti pedalini
giallo ocra sui sandali alla frate. E’ così che si presenta al
pubblico italiano Carlino, grullo ragazzotto proveniente da Passerano
Marmorito: “un paese piccolo dove la gente… mormora!”. Grazie a lui, le
scappatelle della procace cognata - quella che c’aveva “due roberti” -
travalicano i confini del borgo piemontese (che esiste per davvero). Così
come famosi sono diventati i bei “giumbotti”, che puntualmente la cognatona
gli rifila per guadagnarsi il suo silenzio. Carlino è il primo personaggio
portato da Faletti alla ribalta del varietà firmato Antonio Ricci.
E’
l’alba degli anni Ottanta. E lo show (in onda la domenica sera su Italia 1)
è destinato ad entrare nella storia della televisione italiana, e non solo.
Perché tra auto in sosta e ragazze fast-food serpeggia una sottile
trasfigurazione della nostra società, che raggiungerà il suo mediatico
apogeo proprio con questa memorabile trasmissione. E’ il “Drive In” che dà
il la alla televisione commerciale (ai cui cliché si adeguerà, ben presto,
anche la tv pubblica), lanciando altresì un copioso esercito di
scoppiettanti talenti comici. Nel mucchio anche lui, il nostro Faletti, il
quale dopo Carlino da Passerano Marmorito partorisce altri irresistibili
personaggi. Vito Catozzo, ruspante guardia giurata con una moglie
(Derelitta: un metro e quaranta per centoquaranta chili… “sembra una
scatoletta di carne Simmenthal”) e sette figli in sei anni… “e prendeva la
pillola!”. Sei femmine (“tutte come la madre”): Crocefissa, Derelitta
junior, Addolorata, Immacolata, Selvaggia e Deborah. Alla fine arriva lui,
l’agognato erede, “che io, mondo cano, l’ho chiamato Oronzo Adriano
Celentano Catozzo, non per spregio a Little Tony, ma Adriano è sempre dentro
il cuore, mondo cano!”. Purtroppo per Vito, suo figlio troppo maschio non
pare. Ma il truce genitore avverte: “Che se saprei che mio figlio mi
diventerebbe orecchione, vivo glielo faccio mangiare il ritratto di Dorian
Gray”. E’ poi la volta del Testimone di Bagnocavallo, castigatore di
“femmine peripatecniche e meringatrici, siete dunque voi pasticciere di
Satana?”. Il predicatore scalzo incalza: “Anatrema a tutti voi! Gente senza
un dio, senza una fede, senza una credenza e neanche un comodino!”. E poi
Suor Daliso, severa monachella delle “Piccole madri addolorate del beato
albergo del viandante e del pellegrino”. E ancora il Cabarettista
mascherato, che ruba le battute ai ricchi per donarle ai poveri di spirito.
Fino a Poldo, maldestro garzone del circo “Frollo frollo”. Esilaranti
macchiette che - unitamente a quelle architettate da Greggio, Beruschi,
D’Angelo, Braschi & company - hanno lasciato il segno nella memoria degli
italiani.
Al
“Drive In” Faletti sbarca nel 1985. Nella sua valigia, una laurea in
Giurisprudenza ed un passato da cabarettista sulle tavole del “Derby”,
storico locale della Milano da bere. Sono gli anni Settanta. E
nell’esclusivo Club meneghino si esibiscono, fra gli altri, Diego
Abatantuono, Paolo Rossi, Massimo Boldi, Teo Teocoli, Francesco Salvi… Il
debutto televisivo arriva nel 1982 con “Pronto Raffaella” (Carrà), cui segue
“Il guazzabuglio” (in onda su Antenna 3 Lombardia) diretto da Beppe Recchia.
Sarà proprio il regista piacentino ad arruolarlo nel “Drive In”, da lui
allestito. Al calar degli anni Ottanta Giorgio Faletti è un comico
apprezzato e popolare. Nella surreale redazione di “Emilio” (trasmissione
epigona del “Drive In” ambientata, appunto, in una redazione), Faletti
lancia Franco Tamburino, improbabile stilista di Abbiategrasso, e una
spassosa caratterizzazione di Loredana Bertè, neo signora Borg. Lo
ritroviamo poi a “Fantastico ‘90”, al fianco di Pippo Baudo, Marisa Laurito
e Jovanotti. E a “Stasera mi butto… e tre”, varietà guidato da Toto Cutugno.
Un intervento al ginocchio lo costringe all’immobilità per qualche tempo. E’
in questo periodo che Giorgio si scopre cantautore. Nel 1991 esce “Disperato
ma non serio”, il cui singolo “Ulula” diventerà uno dei tormentoni di
quell’estate. Nel 1994 sbarca al Festival di Sanremo. “Minchia signor
tenente faceva un caldo che se’ bruciava la provinciale sembrava un forno
c’era l’asfalto che tremolava e che sbiadiva tutto lo sfondo ed è così tutti
sudati che abbiam saputo di quel fattaccio di quei ragazzi morti ammazzati
gettati in aria come uno straccio caduti a terra come persone che han fatto
a pezzi con l’esplosivo che se non serve per cose buone può diventare così
cattivo che dopo quasi non resta niente. Minchia signor tenente…”. Con
marcato accento siculo, un Faletti-carabiniere esegue questo lento rap dal
titolo “Signor tenente”. Dal palco dell’Ariston rimbomba lo
spettrale
ruggito delle stragi di Capaci e Via D’Amelio. I rifermenti a Cosa Nostra
sono lampanti. Tra commozione e perplessità, la canzone di Giorgio sfiora la
vittoria. Si piazza seconda, aggiudicandosi il Premio della critica. La
metamorfosi dell’ei fu Vito Catozzo comincia a prender forma.
Nel 1995
torna a Sanremo con “L’assurdo mestiere”, accorata canzone-preghiera con la
quale l’artista ringrazia il Signore “di non avermi fatto alto e biondo ma
così stupido e così vero con l’eterna paura dell’uomo nero”. Nella stessa
edizione è autore del brano di Gigliola Cinquetti dal titolo “Giovane
vecchio cuore”. Nel 1998 Giorgio firma l’intero album di Angelo Branduardi
“Il dito e la luna”. Una fortunata collaborazione iniziata due anni prima,
quando l’irsuto musicista gli affida i testi di due canzoni dell’album
“Camminando camminando”. Faletti sembra aver trovato la sua strada: la
musica. Ma non tradisce del tutto la sua vena comica, cui rende omaggio con
un simpatico volumetto dal titolo “Porco mondo che ciò sotto i piedi”,
tormentone vitocatozziano per eccellenza. Nel 2000 pubblica il suo sesto ed
ultimo (per ora) album: “Nonsense”. Tutti aspettano un nuovo disco. O magari
un ritorno di fiamma al caro, vecchio cabaret. E invece no. Giorgio Faletti
uno e trino (cabarettista-cantautore-scrittore... poi, guarda caso, il
suo ultimo romanzo si intitola “Io sono Dio”) strabilia l’Italia intera, che
voracemente divorerà i suoi spaghetti-thriller. Lui non si stupisce affatto:
“A vent’anni – dice – volevo diventare scrittore ma non avevo disciplina,
ero distratto da altre cose. Scrivevo i testi dei miei spettacoli televisivi
e di cabaret e alcune canzoni. In un periodo in cui ho avuto più tempo ho
cominciato a scrivere qualche racconto. Li ho fatti leggere, erano piaciuti
ma l’editore mi aveva detto che per i racconti non c’è molto mercato e mi
aveva chiesto di scrivere
un
romanzo. A quel punto avevo abbastanza autodisciplina per farlo e ho scritto
‘Io uccido’”. Un successo insperato e immediato. Di cui, tuttavia, Giorgio
non può godere fino in fondo. A ridosso dell’uscita in libreria, infatti, il
novello scrittore viene colto da ictus. Le vendite del suo romanzo lievitano
proprio mentre lui, privo di conoscenza, è ricoverato nel reparto di
rianimazione dell’Ospedale Niguarda di Milano. “Il momento più bello –
ricorda – è stato quando mi sono svegliato dopo una notte di coma e mi hanno
detto che ero diventato un autore di successo. Ma soprattutto ero ancora
vivo”. Superata l’impasse,
Faletti si rimette a scrivere. L’editore scalpita. E i lettori pure.
(4 giugno
2010)
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