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GIANFRANCO FUNARI
Nato il 21 Marzo
1932 a
Roma. Morto il 12 Luglio
2008 a Milano.
F*****
“Se
uno è stronzo, nun je poi dì che è stupidino… je devi dì che è stronzo!”. Il
ritratto di Gianfranco Funari si potrebbe sintetizzare con questa sua
caustica battuta, che racchiude perfettamente la costante e sempre coerente
filosofia di vita del conduttore romano: dire le cose pane al pane e vino al
vino. Ovvero: parla come magni, direbbe lui. Imprevedibile e completamente
fuori dagli schemi, “il giornalaio più famoso d’Italia” (come lui stesso
amava definirsi) era un cane sciolto. Un personaggio che mai nessuno è
riuscito ad addomesticare e che sbatteva in faccia la verità (o comunque la
sua verità), senza giri di parole e baroccheggianti ghirigori. Un uomo
libero e un libero pensatore, che amava comunicare con la gente e per la
gente. A cominciare dalla casalinga della porta accanto, perché “per essere
eccezionali - diceva - bisogna mascherarsi da normali, abbassarsi al gradino
più basso, corteggiare senza pudore le casalinghe”. Combattivo e riottoso,
talvolta ai limiti della spavalderia, Funari ha succhiato la vita sino al
midollo ostentando fortune e disgrazie, malattia e ricchezza, proprio lui
che ricco non è certamente nato.
A portarlo
al mondo è la primavera del 1932, che lo accoglie nel romanissimo quartiere
di Trastevere. Il bisnonno era stato cocchiere ufficiale di Papa Pio IX. Ma
un’improvvisa esondazione del Tevere aveva trascinato via cavalli e
carrozze, costringendo i Funari alla più nera povertà. Il papà, tipografo, è
un fervente socialista. La mamma Laura, casalinga, è invece comunista. A
sedici anni la famiglia si trasferisce in Via Famagosta 8, poco distante da
San Pietro. Lì vicino abita anche Franco Califano, di cui Gianfranco diventa
subito amico e primo fan. A diciannove anni un’amante gelosa (e sposata) gli
piazza qualche pallottola nello stomaco. Tra una canzone der Califfo e una
liaison più o meno spinosa, Funari comincia a lavorare. Inizialmente presso
la Manetti&Roberts, poi quale rappresentante di una ditta
di acque minerali. Infine, dopo aver conosciuto l’ispettore del Casinò di
Saint-Vincent, si mette a fare il croupier. Un lavoro che lo porta
addirittura ad Hong-Kong, dove rimarrà per undici anni quale direttore di
una casa di gioco.
L’ambiente
non è dei più raccomandabili. Una sera un manipolo di delinquenti locali lo
aspetta fuori dalla bisca spezzandogli, una dopo l’altra, quattro dita di
una mano. Nel 1967 Gianfranco torna nella sua amata Roma. Incontra Luciano
Cirri, vicedirettore de “Il Borghese” nonché padre fondatore (con molti
altri) de “Il Bagaglino”, che lo arruola nella neonata famiglia del
“Giardino dei supplizi”, locale capitolino famoso per i suoi spettacoli di
cabaret. Ma le posizioni di estrema destra che fanno capo alla brigata de
“Il Borghese” non vanno per niente giù al nostro Gianfranco, che si congeda
dalla Compagnia con tanti saluti e baci. Trasloca al “Sette per otto”,
tabarin dal quale era uscito già Paolo Villaggio e riportato agli antichi
splendori da un gruppetto di giornalisti de “Il Tempo”, che ne prendono la
gestione insieme ad un commerciante di elettrodomestici ed a un agente di
viaggi.
E’ qui che
Funari incrocia Oreste Lionello, che gli propone di partecipare ai suoi
spettacoli. Verso la fine del 1968 un nuovo importante incontro: quello con
un’amica di Mina e Gianni Bongiovanni, titolare del mitico “Derby” di
Milano. Il 30 Aprile del 1969 Gianfranco debutta nel tempio meneghino del
cabaret. Per sei anni Funari trascinerà il pubblico milanese coi suoi
monologhi di satira e costume, guadagnando la bellezza di trentamila lire a
serata (tanti per l’epoca). Incide anche un 33 giri intitolato “Ma io non
canto… faccio finta” e dirige vari spettacoli, tra cui “Da dove vieni tu?”
(portato in scena da “I Moromorandi” di cui fa parte anche Fabio Concato).
Il
1970 è l’anno del suo debutto in tivvù con “La domenica è un’altra cosa”, al
fianco di Raffaele Pisu. Nel 1974 lo ritroviamo in “Foto di gruppo”
(Raiuno), diretto da Castellano e Pipolo. Un anno dopo conduce “Più che
altro un varietà”, con Minnie Minoprio e il Quartetto Cetra. La sua
eclettica natura lo porta poi a scrivere un romanzo (“Famiglia svendesi”,
1978) e a recitare nel film a episodi “Belli e brutti ridono tutti” con
Walter Chiari e Luciano Salce. Sul calar degli anni Settanta Funari
partorisce un’idea accattivante e, per i tempi, innovativa: “Torti in
faccia”. Un programma che contrappone tre persone appartenenti ad opposte
categorie (vigili-automobilisti, inquilini-proprietari), che si sfidano
dialetticamente in perfetto stile Guelfi e Ghibellini. Funari sente che la
cosa può funzionare e bene. Propone il format a Bruno Voglino, capostruttura
di Raiuno, che però boccia la sua creazione perché “non è nello spirito
della nostra rete”. Nel 1979 Gianfranco incontra Paolo Limiti, allora
direttore dei programmi di Telemontecarlo. Limiti, che la sa lunga, fiuta
immediatamente la novità e inserisce la trasmissione nel palinsesto della
rete monegasca. Il successo del novello mattatore Funari, paladino dei
deboli e degli oppressi, è straordinario: 128 puntate fino al 1984. La cosa
non sfugge a Gianni Minoli, vecchia volpe di casa Rai che lo convoca subito
a Viale Mazzini. Il 20 Gennaio del 1984 la prima edizione di “Abboccaperta”,
in onda su Raidue. E’ la prima grande arena televisiva, in cui due opposte
fazioni di persone comuni si affrontano (e si scontrano) sui più disparati
argomenti: politica, costume, attualità… Per la prima volta il piccolo
schermo dà voce alla strada, alla gggente, per dirla alla romanesca. Perché
anche il dialetto (romanesco nella fattispecie) è protagonista della tivvù
targata Funari. Come l’uso indiscriminato di un linguaggio che trascende
spesso e volentieri nel più lascivo turpiloquio. E in questo Gianfranco è un
precursore assoluto: prima dei “vaffanculo” di Grillo, prima dei “pezzi di
merda” di Benigni, prima dei “porca puttana” di Celentano, prima delle odi
alla “passera” e all’“uccello” di Busi e prim’anche delle “stronzate” di
Sgarbi… c’è lui, Gianfranco Funari. Che, da grande uomo di comunicazione
qual egli è, aizza il popolo dei
bar con la parola(ccia) giusta al momento giusto. E’ lui il padre della
telerissa… altro che “Grande fratello”!
Oggi,
il suo modo di fare televisione non farebbe più scandalo. Anche perché
“ormai - afferma Gianfranco in un’intervista a “Repubblica” del 1999 - non
sanno più dire nemmeno le parolacce. Quando le dicevo io era diverso: se
dicevo cazzo, si capiva che cazzo era”. E come dargli torto… Per l’epoca,
tuttavia, è una rivoluzione. Sono anni d’oro per il nostro Gianfranco. Nel
1987 sposa in seconde nozze l’etoile della Scala Rossana Seghezzi, da cui si
separerà dieci anni dopo. Nello stesso anno guida “Mezzogiorno è”, in onda
su Raidue per tre stagioni consecutive. Fin quando un bel giorno, violando
gli ordini dei vertici Rai, invita in trasmissione il repubblicano Giorgio La Malfa. A dispetto dei due milioni e ottocentomila
telespettatori che seguono la sua trasmissione, Gianfranco Funari viene
cordialmente messo alla porta. L’azienda gli propone di condurre il “Cantagiro”.
Per tutta risposta, egli rivolta il tavolo del direttore di rete Sodano e se
ne va a culo storto. Sceglie l’esilio. Dopo un anno trasloca al Biscione,
dove conduce “Mezzogiorno italiano”, in onda su Italia1. Il programma
ricalca il suo vecchio e collaudato canovaccio: irruente e polemico,
l’anchorman trasteverino sobilla nuovamente il suo pubblico mettendo alla
gogna governanti e politici. Lo fa in maniera provocatoria e spesso volgare.
Ma sempre e comunque travolgente. Sono i tempi di “damme ‘a due” e “che
mortadella, rigà”, tormentoni superbamente parodiati da Corrado Guzzanti. Ma
sono anche i tempi del “tintinnar di manette” e di Mani pulite.
Le
incursioni verbali di Funari si fanno sempre più feroci e prendono di mira
soprattutto i socialisti e Bettino Craxi. “Da quando c’è lei io non vivo più
tranquillo”, gli dice Silvio Berlusconi. Il rapporto genuino e diretto che
Funari ha col popolo spaventa non poco Cologno Monzese. Viene cacciato anche
dalla Fininvest. Anche se, dirà, Berlusconi non c’entrava niente. Fu
costretto a cacciarlo via. Disse. Il conduttore fa causa all’azienda del
Cavaliere. La vince e si porta a casa due miliardi di lire più il reintegro
su Retequattro con “Funari news” e “Punto di svolta”, a capo e coda del Tg4
di Emilio Fede. Dopo una sfortunata parentesi alla direzione de
“L’Indipendente” e la messa al bando dalla tivvù che conta, Gianfranco
approda a Odeon Tv e Cinquestelle, per cui conduce “Funari live” e
“L’edicola di Funari”, primo esperimento in Italia di una diffusione
satellitare in diretta su emittenti minori. Nel 1996 fa una toccata e fuga
in Rai grazie a “Napoli capitale”, talk-show politico diretto da Anna La Rosa. E’ un flop.
Dirotta
nuovamente sui circuiti locali con “Zona Franca”, in onda su Antenna 3
Lombardia. Qui conosce Morena Zapparoli, figlia del suo psicoanalista.
Morena ha trentacinque anni meno di lui. Ma la cosa non lo spaventa. E’ il
1999. E se la sua vita professionale appare ottenebrata, quella sentimentale
brilla di nuova luce. I due si innamorano follemente e convoleranno a nozze
il 24 Aprile del 2004. Nel mezzo, un delicato intervento al cuore con
l’applicazione di ben cinque by-pass. A dispetto dei quali, continua a
spendersi per il suo amore, per le sue battaglie… e per le quaranta
sigarette che ogni giorno continua impunemente a fumare. Perché lui è così:
sfida sfacciatamente pure sorella morte! Nel 2000 viene invitato quale
guest-star da Antonella Clerici e Maria Teresa Ruta nella trasmissione “A tu
per tu”, in onda su Mediaset. Una tavola rotonda, alcuni ospiti e un
argomento da affrontare. Dopo poche puntate, Gianfranco è il padrone di
casa. Il vecchio leone torna a ruggire, inserendosi con
la sua verve e la sua navigata competenza sulle due ufficiali conduttrici.
Ma il sole splende per una sola stagione. Al termine della quale Funari
ripiomba nel buio delle tivvù minori. Si presenta a Odeon Tv con un insolito
look: barba bianca e bastone alla mano. Ad accompagnarlo la sua storica
band: il giornalista Alberto Tagliati, il comico Pongo e la dolce Morena,
che non lo abbandona mai. Cade, si rialza, lo ributtano giù ma lui non
molla: con un fiuto ineguagliabile sa quali corde toccare per far vibrare
l’animo degli spettatori. Che sia Rai, Mediaset o una minuscola emittente
locale poco importa: lui è lì, pronto a sferzare i suoi dardi senza colpo
ferire. Nel corso del 2005 è spesso ospite di “Matrix” e “Markette”. Nello
stesso anno si fa intervistare da Paolo Bonolis a “Il senso
della
vita”. Dice tutto quello che gli passa per la testa. A modo suo, racconta al
pubblico le sue verità. Tra un nero e un altro, lo scorgiamo con la
sigaretta in mano… Ma alla fine, accorato, si rivolge ai ragazzi: “Ho fatto
cinque by-pass, tutt’e due le coronarie e tra poco tocca all’arteria
femorale. Io ormai la vita me la so' giocata,
ma voi ragazzi, vi prego, non fumate. Non fumate!”. E si congeda, commosso,
così: “Mi auguro di poter morire con tanta serenità, da poter sottrarre a
mia moglie con un sorriso il dolore che le darò quando morirò”. Dopo dieci
anni di assenza, torna in Rai nel 2007 con l’attesissimo “Apocalypse Show”,
spregiudicato varietà del sabato sera targato Raiuno ideato da Diego Cugia.
E’ un disastro d’ascolti. Nonostante tutto, il direttore Del Noce decide di
non chiuderlo prima della sua quinta e ultima puntata. Dopo questa
parentesi, Gianfranco torna a Odeon Tv con “La storia siamo io” e “Funari
Late show”. Sono le sue ultime apparizioni in tivvù. Si spegne il 12 Luglio
del 2008 all’età di 76 anni. All’interno del feretro, per sua volontà, tre
pacchetti di sigarette, alcune fiches e un telecomando per la televisione.
Quella televisione che Gianfranco Funari ha, nel bene e nel male, fatto e
rivoluzionato.
(settembre
2010)
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