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MIKE
BONGIORNO
Nato il 26 maggio 1924 a New York e morto l'8
settembre 2009 a Montecarlo
F
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(c.l.)
(5
asterischi – il massimo – senza discussioni. Premesso questo, in ricordo di
Mike pubblico un articolo che scrissi qualche giorno dopo la sua morte,
cercando di riportare un protagonista assoluto della televisione nei confini
della sua prestigiosa carriera, sfuggendo al delirio di “coccodrilli” e
necrologi nei giorni della sua scomparsa e dei suoi funerali).
(dicembre 2009)
Che
sofferenza e che disagio, ancora una volta, leggere e ascoltare adulazioni e
celebrazioni, in dosi industriali, in occasione della morte di un personaggio
popolare. Mi riferisco a Mike Bongiorno. Un’orgia di riconoscimenti e di
esaltazioni, tali da mandare in tilt la glicemia di chiunque. Ma analoghe
esagerazioni ci furono quando se ne andarono Federico Fellini (credo che proprio
da lui e da lì sia partita questa grottesca stagione, ormai una moda, di
commemorazioni prive di un pur minimo limite di oggettività) e poi Marcello
Mastroianni, Alberto Sordi, Luciano Pavarotti, e Gianni Agnelli, e figuriamoci
il Papa: un diluvio per giorni e giorni di pagine e titoli, di programmi
televisivi, in un tripudio di conformismi odiosi e melensi luoghi comuni.
Non credo che l’uomo abbia un ruolo centrale nell’universo e non penso - è
un’ovvietà, ma ricordiamola, dal momento che vistosamente si scorda - che la
morte sia un fatto straordinario. Gli uomini muoiono, come il giorno e la notte,
i fiori, gli alberi, una volta i dinosauri e oggi i cani e i gatti, gli uccelli,
muoiono come i sogni, le avidità, le meschinità, i desideri, le ambizioni, le
tentazioni, come tutte le caducità della nostra misera apparizione terrestre.
Muoiono i nostri vicini di casa, i nostri genitori e i nostri figli, moriremo
noi: è normale. Non capisco proprio perché, quando si tratti di un personaggio
famoso e popolare, si debba trattare l’evento come una indispensabile
santificazione del defunto, un episodio epocale, immancabilmente da consegnare
alla storia... Eppure questo meccanismo compulsivo e, scusatemi, un po’ sciocco,
scatta regolarmente, inesorabilmente, da ogni angolazione, senza memoria e senza
pudore, per irresistibile e dilagante ipocrisia: perfino in morte di Oriana
Fallaci, giornalista e scrittrice di mostruosa bravura, odiata detestata e
ferocemente aggredita in vita... perfino lei fu insultata un po’ meno, quando ci
lasciò, o addirittura elogiata dai suoi acerrimi precedenti avversari.
Così, di Mike Bongiorno, abbiamo appreso - sono
citazioni testuali! - che addirittura fu più importante di Garibaldi. Che può
essere considerato un poeta dadaista e un
attore vittoriano. Che ha unificato gli italiani, analfabeti, con il linguaggio
dei suoi programmi. Anzi, che ha insegnato l’italiano agli italiani. E che
dunque ha prodotto cultura. Che va ricordato, e guai a chi non ricordi, come una
vittima della Gestapo, un martire di Mauthausen, un eroe della Resistenza. E
anche un genio del candore, un campione di democrazia, l’amico di tutti, il
pioniere dell’innovazione, l’anticipatore del futuro.
Santo subito? E perché no? Che almeno si inizi il
processo di beatificazione. Vorrei però sommessamente sottolineare che elogi
clamorosi, in misura copiosa, vengono oggi elargiti perfino da chi gli negò la
realizzazione del suo intimo sogno, da quando Massimo Donelli lanciò l’idea,
tanto stravagante quanto, al fondo, ragionevole (in contrapposizione non
dichiarata ad altre discutibili nomine): eleggerlo senatore a vita.
Quanto al linguaggio di Mike unificante e
istruttivo per il popolo analfabeta (ma vogliamo dire, per non esagerare anche
in questo, che al massimo si può parlare di semianalfabetismo, nell’Italietta
del dopoguerra?), prima che al popolare presentatore direi che il merito di una
crescita, se non culturale quanto meno da scuola elementare, debba essere
attribuita al linguaggio, enfatico ma essenziale, della divulgazione degli
eventi sportivi nazionalpopolari, ai quattro giornali sportivi (un record
mondiale) che raccontavano le imprese di Coppi e Bartali, della Nazionale di
calcio, del Grande Torino, della Juventus, del Milan, dell’Inter; e, comunque,
non certo solo a Mike, ma all’avvento della televisione in genere, da Carosello
ai cosiddetti romanzi sceneggiati. E appare apprezzabile forse l’unico commento
controcorrente registrato in questi giorni, quello di Paolo Villaggio: il
livellamento culturale operato da Mike ci fu, ma in basso.
Certo
è da condividere - è un fatto incontestabile - che Mike Bongiorno sia stato, se
non il re, uno dei protagonisti dominanti, in 55 anni, della televisione
italiana. Ma sarebbe stato interessante anche ricordare, a fronte dei suoi
eccezionali successi, il limite artistico dell’inventore o meglio
dell’importatore - in Italia - del quiz: quello di aver sempre e soltanto
insistito, senza mai una deviazione o una diversa iniziativa, su un’unica idea
di programma, proposto nelle più diverse e allo stesso tempo sempre uguali
dimensioni. Mike (ch’era di un’avarizia divertente e incredibile, più di quella
leggendaria di Alberto Sordi) ha sfruttato fino alle ultime gocce i programmi a
quiz, dai trionfi iniziali fino a quando, anche per la moltitudine di
imitazioni, non era rimasto quasi più niente da spremere, relegandosi a
collocazioni minori, con ascolti modesti, lui che aveva ipnotizzato un intero
Paese e obbligato i gestori dei cinematografi, al giovedi sera, a trasmettere il
suo mitico Lascia o raddoppia?. Era scomparso pressoché dalla ribalta negli
ultimi anni, fino a quando Fiorello, geniale, non lo riscoprì e non lo rilanciò
in una veste del tutto nuova, quella del vecchio nonno simpatico, petulante e
rimbambito.
Un merito assoluto gli va riconosciuto, quello di
essersi sempre proposto con positività e propositività, in un mondo che si
estinguerebbe senza il fascino illusorio della produzione e le trappole
dell’ottimismo. E tuttavia e infine, ma questo è solo un fatto privato di
pessimismo individuale, certo non mi permetto di proporlo e tanto meno di
condividerlo con i lettori, ecco un’ultima obiezione che da tempo mi ritorna in
mente, guardandomi intorno - anche oggi, nel giorno del suo funerale.
«Allegria!»? Vorrei chiedergli ciò che non ho mai avuto il coraggio di
domandargli in vita... Ma di che? Ma perchè?
IL GIORNALE, 11-09-09
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(il Giornale, 15/03/2010)
Tutta la Milano che conta al compleanno di don Verzè
E poi ci sono Iva Zanicchi, Renato Pozzetto, la
moglie di
Mike Bongiorno con il figli
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