Intellettuale:
una definizione ambita, a volte retorica e convenzionale, a volte
addirittura un epiteto irripetibile ed imbarazzante. Limpidamente,
e con grande stima, è il primo aggettivo che mi viene in mente per
Andrea Barbato, giornalista perbene e raffinato, elegante e
sobrio, dotato della rara
capacità di saper rivolgersi
a chiunque. La
sua avventura professionale, che lo porta a diventare uno dei più eclettici
e meritevoli giornalisti
italiani, comincia quando Andrea è ancora adolescente. A soli ventidue
anni partecipa ad uno stage presso la BBC di Londra, tempio dell'obiettività
dell'informazione. La sua innegabile capacità comunicativa e la sua
profonda, non marmorizzata cultura, gli fanno acquisire competenze e
conoscenze tali da farlo arrivare al
ruolo di inviato speciale per prestigiose testate italiane, quali “Il
Messaggero”, “L'Espresso” e “Il Giorno”. Ricordo, nel 1968, su
“L'Espresso”, una accurata recensione, un film memorabile, ma
snobbato dalla critica moralisteggiante dell'epoca, “I pugni in tasca”,
cult-movie realizzato da un irriverente e ribelle giovane cineasta, Marco
Bellocchio. Nei
controversi anni Sessanta, Barbato è protagonista dell’informazione
televisiva. I vertici Rai di quegli anni ritengono giunto il momento di
rimpinguare, con una edizione dell’ora di pranzo (ore 13 e 30),
l’informazione arginata da un unico, paludato, tg serale. La conduzione è
affidata proprio ad Andrea Barbato, cortese, ma puntuale nello sviscerare la
cronaca - politica e non - con arguzia e brillantezza ammirevoli.
In questo terremoto televisivo, viene stravolto il ruolo dello speaker, che
fino ad allora leggeva diligentemente ciò che era preparato dalla
redazione. Ecco un giornalista dotato di
una sua identità: volto, linguaggio, anima
ed opinioni. Diretta da Los Angeles in occasione
dell’assassinio di Robert
Kennedy, tragedia raccontata poi
nel saggio “Il sogno degli anni '60” (1981): "Me
le ricordo come fosse ieri, le lacrime sul viso di Frank Manikewicz alle due
di mattina di quel 5 giugno 1968, nell'auditorium dell'ospedale Good
Samaritan. S'era avvicinato a un piccolo palco, nel silenzio dei reporter, e
tutti avevano capito, e avevano ascoltato in silenzio. 'Voglio fare una
breve dichiarazione. Il senatore Robert Kennedy è morto all'1,44 di stamane.
Aveva 42 anni'. Non disse altro, nessuno disse altro. Anche la gente che
aspettava alle uscite, accanto agli agenti di guardia, si sciolse in
silenzio". Giornalista di nobile sinistra, permeato da
acuta sensibilità e da rare capacità analitiche doti che
non lasciano spazio a tentazioni faziose. Ineccepibile nel commentare, ad
esempio, la brutale invasione sovietica a
Praga, nell’agosto del '68, proprio nel momento in cui il Partito comunista
cecoslovacco si appresta a sancire le riforme libertarie richieste dalla gente e a
sconfiggere la cosiddetta ala stalinista. L’anchor-man dotto e dai
toni pacati fa parte della
“squadra” di conduttori arruolata per commentare lo storico sbarco sulla
Luna, nella trasmissione fiume del 20-21 luglio 1969. Dallo studio 3 di via
Teulada si alternano Barbato,Tito Stagno, Jas Gawronsky (da Houston) e
Ruggero Orlando, indimenticabili protagonisti di una delle notti più lunghe
del Ventesimo secolo. Le sue parole nell’incipit della moon-night: “Quelle
che stiamo per vivere, tutti insieme, gli abitanti della Terra, sono forse
le ore più importanti di questo secolo. L'uomo sta per violare il primo
mistero dell'universo...” conquistano ed esaltano i
telespettatori.
Andrea Barbato è uno di quei telegiornalisti che hanno scritto la storia
della tv italiana. Il “gobbo”,
in quegli anni, è una chimera: nella quotidiana e soprattutto nelle
emergenze occorre naturale prontezza e solida cultura. Tra il 1971 e
il 1975 riaffiora la sua prima passione, l’informazione su carta. Prima a
“La Stampa” e poi nella mitica prima
notte de “La Repubblica”, quando attende, assieme a Eugenio Scalfari,
Giorgio Bocca, Miriam Mafai e Alberto Arbasino, la prima copia di quel
quotidiano che, per l'epoca, rappresenta una rivoluzione nel mondo
dei mass media. Nel 1972 scrive i testi di “Chung Kuo-Cina” di
Michelangelo Antonioni, in cui racconta una Cina sconosciuta, con immagini
spesso rubate nelle zone
off-limits. Nel marzo del 1976 viene arruolato in Rai per dirigere il
“laico” Tg2. Si prefigge di
“rendere meno burocratico il linguaggio del telegiornale”, inaugurando
un nuovo modo di trattare le notizie, avvalendosi di conduttori come Mario
Pastore, Italo
Moretti e Piero Angela,
che tiene a battesimo la prima edizione del neonato telegiornale.
La vis creativa di Barbato dà vita a nuove rubriche di successo come “Tg2 -
Dossier” e “Odeon”. Mantiene la carica di direttore fino al
1980. In quegli anni Craxi conquista la segreteria dei Psi e Andrea,
di area lombardiana, viene considerato un eretico. In una infuocata
commissione di Vigilanza Rai, Claudio Martelli, allora numero due del Psi,
chiede e ottiene la rimozione di Barbato.
Gli succede Ugo Zatterin,lui si invola in una
nuova avventura editoriale.
Al
timone per un anno, dall’82 all’83, di “Paese Sera”, ammiraglia
comunicazionale del Pci, le cui falle inaspriscono presto i rapporti fra il
giornalista e la proprietà. Successivamente Barbato
si candida alle elezioni con
la Sinistra Indipendente e viene eletto alla Camera dei Deputati. Nel 1987 rieccolo
protagonista in video con l'ideazione e la conduzione di “Va’
pensiero”, contenitore domenicale di Raitre, che miscela interviste,
approfondimenti culturali, momenti comici e risultati delle partite di
calcio. E proprio lì, dove si affaccia per la prima volta il pestifero
Chiambretti, è doveroso riconoscergli anche un certo fiuto da talent-scout.
Archiviato anche “Fluff - processo alla Tv” (1989), talk show di
approfondimento, l’ex-direttore del Tg2 sperimenta un nuovo modo sintetico
ed efficace di riflettere sui fatti del giorno con la “Cartolina di
Andrea Barbato”: pochi minuti ogni sera, una
opinione rapida e incisiva sui fatti e i protagonisti del
giorno. E' ironico, garbato, elegante e rispettoso. Ma anche acuto, pungente
e determinato. Quattro anni di straordinari successi, dal 1990
al 1994, stimato e rispettato anche da telespettatori lontani anni luce
dalle sue posizioni politiche. L’energia, la passione civile, l’indole
libertaria scevra da tentazioni faziose ne
fanno uno dei giornalisti più
interessanti e
originali della sua
generazione. Le sue ultime trasmissioni, “Girone all’italiana”, “La zattera”
e “Italiani” elevano la terzogenita di Mamma Rai, Raitre ad un livello
alto di programmi di informazione e di approfondimento. La sua ultima fatica
televisiva,“Speciale Tre”, viene
interrotta bruscamente nel 1995. Collocato, forzatamente, in pensione,
collaborerà sino alla fine dei suoi giorni con “L'Espresso”. In
privato è un delizioso conversatore, un conquistatore: autoironico per le
sue debolezze (è, tra l'altro, un appassionato scommettitore per le corse
dei cavali). In un gelido giorno del febbraio 1996, la morte lo
strappa ai suoi cari, la seconda moglie Ivana Monti, attrice teatrale e
televisiva, i figli Nicola e Tommaso. La sua statura
professionale è celebrata con il Premio Andrea Barbato “Etica
dell’obiettività” istituito nel 1997: fra i vincitori nelle
diverse edizioni Oscar Luigi Scalfaro, Rita Levi Montalcini, Enzo Biagi.
L’eleganza innata, la erre blesa, una certa composta teatralità
nell’esporre fatti e opinioni non gli impedivano di
“sbottare” - come ricorda Oliviero Beha - “per la politica come per la Roma,
per la letteratura come per il cinema, o il tennis, e si doleva di non
‘sbottare’ abbastanza: perché comunque sbottare non stava bene, o forse non
serviva, o era addirittura controproducente. Ma questo non gli impediva di
solidarizzare in modo contraddittorio e semiserio con chi ‘sbottava’ più di
lui”.
(dicembre
2009)