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LUCIA ANNUNZIATA 

Nata l'8 agosto 1950 a  Sarno (Salerno).  F **

Quale invisibile filo di vermiglio colore, unisce lo statunitense Abel Ferrara - finissimo regista noir che ha diretto l’audace “Il cattivo tenente” - e la granitica giornalista Lucia Annunziata? I loro nonni sono entrambi sarnesi. Forse la sanguignità temperamentosa, fluita dal consimile dna campano, lega questi due acuti e virulenti personaggi, che, per natura, istinto e forse scelta di vita non abbracciano mai strade di mezzo. Lucia nasce a Sarno e qui frequenta diligentemente le scuole elementari e medie. Dopo aver attraversato (al seguito del papà ferroviere) in lungo e largo l’Irpinia, si trasferisce, a tredici anni, a Salerno. Iscritta al liceo Tasso, respira l’aria borghese e perbenista della cittadina campana, scandita dagli appuntamenti ai caffè del Lungomare Trieste e dalle soste ricreative al celebrato Circolo “Il Ridotto”. La futura passionale presidentessa della Rai indossa minigonne vertiginose sotto i grembiuloni neri che sono d’obbligo nell’austero liceo. Poi, con l’accesso all’Università di Salerno, si accende la voglia di partecipazione politica. Interprete verace del movimento studentesco salernitano, ecco le levatacce all’alba per volantinare davanti agli stabilimenti dell’Ideal Standard e della Marzotto. Componente di un collettivo che fa volontariato presso un doposcuola a S. Ignazio, a Pastena, incrocia un altro noto futuro personaggio rivoluzionario mediatico, Michele Santoro, che - per ammissione  della stessa Annunziata - “è più rigoroso intellettualmente rispetto a me che sono sempre stata una libertaria”. A dimostrazione di questa affermazione, racconta di aver tenuto un comizio, nel Natale del 1969, contro Franco e contro l’Unione Sovietica.    Si laurea brillantemente (in soli tre anni) in Storia e filosofia: 110 e lode con una tesi sul rapporto tra meridionalismo e i primi comunisti napoletani. Relatore l'indimenticato Gaetano Arfè.

L'ambizione è chiara e motivata: un rigoroso ed appassionato impegno politico accompagnato dall’amore per un giornalismo militante. E per la liberal Lucia, militante vuol dire una inclinazione sociale più che politica. Il suo è anche un romantico desiderio giovanile: diffondere cultura, educazione, progresso intellettuale. Precoce in tutte le tappe della sua esistenza, la zelante e florida fanciulla sposa, nel 1972, il bellissimo Attilio Wanderlingh, intellettuale napoletano già leader del movimento partenopeo. I “due cuori ed una falce e martello” si trasferiscono in Sardegna, nella bellissima Sant’Antioco, attratti dall’idea di reinventare una nuova frontiera dell’attività politica in un luogo primitivo, libero e fuori dai confini del mondo. La casa dei due intellettuali campani è, nel contempo,  abitazione e sede del “Manifesto”. Il tinello è testimone delle riunioni estenuanti dalle quali nasce il gruppo dirigente composto da studenti, tute blu ed insegnanti. Lucia, sorretta da una determinazione di acciaio, si divide fra il suo lavoro mattutino di supplente a Teulada e le corse serali a Portoscuso, al fianco degli operai in lotta per le fatidiche 150 ore. In quegli anni è complicato far quadrare il bilancio familiare e lei stessa ricorda che le mancavano anche i soldi per far benzina:  quando la lancetta della sua sgangherata Cinquecento è sul rosso fisso, deve imbarcarsi verso la sede della scuola su una ansimante corriera. L’impegno politico, l’amore per la terra sarda e per i suoi abitanti, l’incontro indelebile con un’umanità sofferente non preservano Lucia e Attilio dalla fine dolorosa del loro matrimonio, unita a un senso di stanchezza inevitabile. Wanderlingh torna a Napoli, dove lavora per “L’Unità” e gestisce un locale di tendenza. E Lucia, dopo aver conquistato  il vagheggiato traguardo del giornalismo con  iscrizione all'albo dei professionisti (è il 1979), si stabilisce a Roma e da lì diventa famosa, come corrispondente da New York e Washington e specialista, al “Manifesto”, di affari americani e internazionali. 

Intellettuale vagamente bohemienne, la marmorea neogiornalista condivide il suo appartamentino, a due passi da Piazza Farnese, con Luigi Manconi (all’epoca responsabile scuola di “Lotta Continua)  e, come in un feuilleton, puntualmente si innamora del sardo sociologo, finanche critico musicale. All’orizzonte di questo esclusivo club sinistrese, appare un esile - fisicamente - e combattivo militante giornalista di “Lotta Continua”, Gad Lerner. Si favoleggia che l’attivista del “Manifesto” inviti spesso a cena il giovane Gad, considerato “il fratello minore” del più strutturato Luigi Manconi. Lucia è una donna irrequieta e dall’anticonformismo militante del “Manifesto” salta a bordo di una delle più blindate corazzate dell’informazione nazionale, “Repubblica”. In una intervista barbarica con la sagace Daria Bignardi, narra che, visionati i suoi strazianti reportage  dal Centro-America, Saverio Tutino (allora corrispondente per “Repubblica”) la contatta al telefono. L’inviato del quotidiano di Piazza Indipendenza è prossimo alla pensione ed esorta la giovane collega a sostituirlo.

Vola in Italia e si sottopone al colloquio rituale con Eugenio Scalfari che le affida il posto.  Inviata di guerra, esplora quelle terre dimenticate da Dio e dal ricco Occidente: Nicaragua, Salvador, Guatemala, Perù... Attraverso le voci e il dolore di personaggi simbolo (bambini, capi di Stato, soldati senza nome) racconta la storia di rivoluzioni e guerre inutili. I suoi reportage riportano in Italia l’odore nauseante del sangue e della morte. Scalfari, un giorno, le invia un telex chilometrico: la invita ad essere meno faziosa e partigiana nei suoi resoconti guerriglieri, poiché - la ammonisce - ora scrive per un giornale liberal, attento ai fatti e non più su un quotidiano ideologico ed estremista. Fors’anche per questo, Rossanda Rossanda - storica cofondatrice del “Manifesto” - la rimprovera: “Non si va a parlare male della rivoluzione nicaraguense su un giornale borghese”. “Ma è la verità” replica Lucia. “Sì, ma non si scrive sui giornali borghesi” rincalza la Rossanda. Non solo giornalista di razza, la signora Annunziata è portatrice sana di quella femminea passionalità istintuale, di marca squisitamente meridionale, che non le fa tralasciare le gioie della vita privata. Lontana dal cliché marito e buoi dei paesi tuoi, affascinata e legata alla cultura nordamericana, sposa, nel 1988, Daniel Williams, giornalista del “Washington Post”. La festa si svolge in un esclusivo club newyorchese al completo di 250 invitati. Per l’occasione il senatore Andreotti le invia un mazzo di fiori alto, si dice, tre metri. Nasce Antonia, che, pur essendo americana, condividerà con la mamma la passione per la mozzarella di bufala, per gli spaghetti alle vongole al Porto di Salerno e per i panzerotti di Sarno. 1991: un anno fondamentale per Lucia. Unica giornalista europea ad essere entrata nel Kuwait occupato. Già corrispondente da Gerusalemme, è la vincitrice della decima edizione del premio giornalistico “Max David” per gli inviati speciali (per la prima volta il premio viene conferito ad una donna). La motivazione: “per le corrispondenze dal Medio Oriente, dai territori occupati e dal Libano. Articoli esemplari per sobrietà e mancanza di pregiudizi”.  La moderna Rosa Luxembourg sarnese, nel 1993  riceve la prestigiosa borsa di studio Niemann dall’Università di Harvard per un master di un anno sulla politica estera statunitense. Giornalista barricadera, scrittrice asciutta e rigorosa con il libro “Bassa intensità”, diario segreto e politicamente corretto della Annunziata in America e nel Salvador, vince il Premio Malaparte. “La lontananza, invece di portarmi altrove, faceva affiorare i più strani rancori della mia vita passata”. Paolo Mieli, direttore del “Corriere della Sera”, nei primi anni Novanta l'arruola nel suo quotidiano. La donna dall’obliquo sguardo - a causa di un fulmine cheaveva colpito il cucchiaino che la madre tendeva ad una Lucia di soli otto mesi -, mediatica missionaria laica in luoghi del mondo terribili, si confronta adesso con la movimentata politica interna. Si occupa, nel colosso editoriale di via Solferino, di questioni italiane.

Il talento naturale e l’esperienza acquisita (è proprio il caso di dire) sul fronte, ne fanno una editorialista peculiare per il suo stile molto americano, la scrittura secca e le numerose informazioni. Intesse rapporti, anche di sincera amicizia e stima, con politici di diversa estrazione ideologica. Da Massimo D’Alema, che ha già conosciuto quand’egli era segretario nazionale della Fgci, a Gianfranco Fini, il più autorevole rappresentante della destra italiana, Mario Segni, Luigi Berlinguer, fino ad arrivare a Francesco Cossiga. Il rapporto con l’ex presidente della Repubblica è controverso. Nel trentennale del ‘77, l’Annunziata pubblica un libro, faticoso, lucido e profondo: “1977 L’ultima foto di famiglia”. In quelle pagine, legate soprattutto ai ricordi di anni bui, dichiara l'antipatia viscerale per l’allora ministro degli Interni, un inflessibile Francesco Cossiga. Descritto come “massacratore degli studenti”, con la coscienza umida del sangue di Moro, che aveva sposato tale strategia repressiva per sedersi sul Colle (Quirinale). Ma, secondo la giornalista impietosa, lo stesso Cossiga - insieme con coloro che, in quegli anni terribili,  hanno perseguito scelte violente (brigatisti, studenti feroci) - ha pagato amaramente le proprie decisioni, vagando insonne per le lussuose e gigantesche stanze del Quirinale. Tale nemesi ha trasformato l’odio annunziatesco in delicato affetto versus l'illustre picconatore sardo. Dopo una succulenta indigestione di carta stampata, per Lucia “soldato Jane” arriva il tempo della esposizione televisiva. La sua collaborazione con la Rai comincia nel 1995 con il programma “Linea tre”, naturalmente su Raitre. Misurarsi con un nuovo mezzo comunicativo rappresenta per la giornalista l’ennesimo stimolo professionale. Incalza, bracca insistentemente i suoi ospiti. Sottrae tempo per sostenere il ritmo del dibattito. E’ brava, tenace e sicura. La trasmissione ha un meritato successo e lei viene etichettata come la “signora di marmo”. Si racconta, tuttavia, che sappia essere anche dolce ed affettuosa con i suoi collaboratori. Anche se nella infervorate riunioni di redazione l’ultima parola spetta a lei. “Quando c’è una discussione, chiudo con una frase: chi comanda in caso di guerra? Io”. Con un siffatto motto, diventa presto direttore del Tg3, sostenuta da Massimo D’Alema - trasversalmente supportato da Gianfranco Fini. L’esperienza di direttore si conclude velocemente con una lettera di dimissioni presentata all’allora presidente Rai Enzo Siciliano. Dopo tre anni, l’editorialista anchorwoman testarda e determinata torna con un programma radiofonico su Radiotre. “Radio 3 mondo” si occupa di politica estera, ma anche della cultura e della economia mondiali. Prolifica narratrice mette a segno un libro molto discusso, “La crepa”, sulla tragedia dell’alluvione che ha colpito anche Sarno, suo paese di origine. Dalle pagine del suo libro lancia severe accuse sui ritardi dei soccorsi e quelli della ricostruzione.  Ma la vicenda dell’alluvione è l’altra faccia della medaglia dell’identità meridionale: quella che si lascia tentare prepotentemente solo dal fatalismo. Con “La crepa” Lucia Annunziata vince il Premio Cimitile nel 1999. Per la guerriera dell’informazione non edulcorata si profila un nuovo ruolo da leader. Diviene direttore della agenzia di informazione ApBiscom. Ma nel suo destino è vergato un altro immancabile appuntamento ai vertici del mondo dell’informazione. 13 marzo 2003: l’ex leader sessantottina diventa Presidente della Rai. Inizialmente i presidenti di Camera e Senato, Pera e Casini, avevano designato come candidato Paolo Mieli. Il direttore di via Solferino però, sdegnato dalle scritte antisemite sui muri della Rai di Milano, e da una serie di polemiche pretestuose, recede dall’incarico. Sul tavolo, bella e pronta la candidatura di Lucia. Destra e sinistra  sintonizzati, per una volta almeno, sul nome che occuperà la prestigiosa poltrona. La Annunziata, torreggiante dalla sua non eccezionale altezza, così chiosa: “Ho scelto da sola, in piena autonomia. Non mi sono consultata con nessuno,  non con il governo, non con la maggioranza, non con l’opposizione. Ho preso la mia decisione da sola, così un domani  tutti saranno liberi di prendersela con me”.

La poltronissima di viale Mazzini scotta anche per lei, avvezza a infuocati territori. Gli scontri con Flavio Cattaneo - all'epoca direttore generale - che propone una serie di caldeggiate nomine chiave per la gestione dell’azienda Rai, e la sensazione per la presidentessa che sia in atto l’occupazione della Rai da parte di una sola fazione politica, la inducono a rassegnare le dimissioni.  Sempre risoluta, senza  mai voltarsi indietro, il 4 maggio 2004 se ne va. La signora Annunziata, nonostante il brevissimo periodo di presidenza Rai, fa però in tempo a conquistarsi l’ira funesta della attrice-autrice satirica, Sabina Guzzanti. Sabiuna infatti presenta in Rai, per una sola ed unica puntata, il programma satirico “Raiot, armi di distrazione di massa”, il 16 novembre 2003.  Si scatena il putiferio e la trasmissione viene abolita dal palinsesto Rai. Ma resta nella memoria dei telespettatori (e forse nelle teche Rai) l’imitazione “irriverente”, ma divertente e puntuale, che Sabina Guzzanti fa di Lucia.  Che inaspettatamente, forte di quel suo fugace ruolo, mostra il suo volto moralisteggiante.  Affibbia l’etichetta di “tv porno soft” alla maliziosa Giovanna, già compagna di Amadeus, che si esibisce in una incandescente “scossa” all’interno del programma “L’eredità” su Raiuno. Per la pasionaria massmediatica si aprono le porte della “Stampa” di Torino.   Dileggiata a sinistra perché lei, “laica e atea”, è a San Giovanni per il “Family day”,  “estimatrice di Benedetto XVI e della famiglia”. Un po’ angelo del focolare, un po’ rosso demonio. Torna nella sua amata-odiata Rai. Imbastisce sapientemente un programma di informazione su Rai3 “In ½” (in mezz’ora). La domenica, ora di pranzo, arroccata sulla sua scrivania, investe di domande essenziali e a volte aspre il personaggio politico della settimana. Il programma è lo specchio della personalità della conduttrice, donna di sinistra che non sempre si autoassolve e assolve lo schieramento che più le si confà. Durante la  campagna elettorale per le politiche del 2006, suo ospite è Silvio Berlusconi. I due contendenti si guardano negli occhi, cercando di imporre l’uno sull’altro/a la propria supremazia. Lui incalza, lei azzanna. Il presidente del Consiglio si alza impettito, le stringe la mano e gira i tacchi. Orgogliosa delle sue tendenze politiche, è sempre al centro di polemiche che fanno scomodare anche l’autorità garante delle comunicazioni. Sembra che nella sua trasmissione sia evidente lo squilibrio fra ospiti di sinistra e convenuti di destra. Le viene consigliato di rivedere il ciclo degli interventi. Ma la signora in rosso non fa sconti a nessuno. In una recente puntata della trasmissione più faziosa del palinsesto Rai, “Annozero”, astutamente condotta dal suo ancestrale amico Michele Santoro, la Annunziata tira fuori le unghie. Tema delicato: il Medio Oriente. Lucia battibecca con il conduttore poiché ritiene che la trasmissione sia smaccatamente filo palestinese. Santoro ribatte che la sua collega e conterranea esprima solo “fesserie”. Un attimo di tensione e la giornalista sarnese, offesa, abbandona la trasmissione. Insolente, dura, per molti anche antipatica, Lucia la meridionalissima  porta in sé frammenti di newyorkese style impastati con la ruvidità fiera della rurale italica gente. Un bizzarro cocktail per un personaggio insolito e certamente atipico.

 

(gennaio2010)

* Vignetta di Piero Romagnoli

 


(ADNKRONOS/IGN, 03/03/2010)
PAR CONDICIO: ANNUNZIATA, SE SI CHIUDE VESPA QUALCUNO NEL GOVERNO NON HA CAPITO
(Il Giornale, 05/03/2010)
Se la par condicio non vale per Raitre
...che dire di Lucia Annunziata e del suo In 1/2 ora che, stando sempre ai consiglieri di viale Mazzini, avrebbe tutte le possibilità di andare in onda?

(La Repubblica, 12/03/2010)
Par condicio, il Tar boccia lo stop ai talk show
Dal Tar stanno dipendendo "tutte le cose importanti per l'Italia" dice Lucia Annunziata, conduttrice del programma "in 1/2 ora'

(L'Unità, 16/03/2010)
Annunziata: "L'azienda è in ginocchio"

(L'Unità, 07/04/2010)
Il Pd si interroga: perché non ci votano i moderati giolittiani?
Finalmente, il Pd esamina con spirito costruttivo il risultato elettorale. Molto apprezzata è l'analisi di Lucia Annunziata, secondo la quale il Pd ha perso perché non ha saputo intercettare il voto della borghesia e dei moderati giolittiani, che da oltre cent'anni alle elezioni si astengono in massa perché ancora traumatizzati dallo sciopero generale del 1904

(La Repubblica, 26/04/2010)
Marrazzo torna a Raitre
video off limits e polemiche
Prima racconterà la sua verità a "In 1/2 ora" di Lucia Annunziata.
Di Bella: "Piero rientra come caporedattore a disposizione del direttore"

 

 
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