Le pioniere del cinema erano donne intrepide, una rassegna le celebra

Prima che Hollywood diventasse il regno del potere maschile, tra gli anni Dieci e Venti, agli albori erano le donne a stare dietro la macchina da presa. Fino al 26 luglio a Brooklyn la Cinemateca presenta i loro lavori

 

C’è stato un periodo in cui a costruire il linguaggio del cinema, a Hollywood, erano le donne. Erano gli anni dal 1910 al 1920: negli anni del cinema muto le donne erano riuscite più che mai a far sentire la loro voce, costruendo un nutrito e prolifico consorzio di registe, attrici e sceneggiatrici. Certo, all’epoca Los Angeles era l’unica città della West Coast in cui il numero delle donne era maggiore di quello degli uomini e il loro facile accesso ai mestieri del cinema era in parte dovuto alla considerazione che si aveva del cinema stesso, non proprio un’arte, più un’industria. Ma questo non deve togliere niente alle donne che per prime hanno imbracciato una macchina da presa o che per prime hanno interpretato supereroine, cowboy, donne d’azione. Dalla loro parte avevano comunque una estrema libertà, come poi non lo è stato per buona parte del Secolo. Comparivano nude nei film e toccavano pure temi che fa paura affrontare esplicitamente ancora oggi: il sesso o il controllo delle nascite, ad esempio. Così, oggi che le donne dalla stessa parte del mondo e dalla stessa industria lanciano appelli a raccogliersi come Time’s Up e dicono #MeToo, la cineteca di Brooklyn, la BAMcinématek, ha deciso di rendere omaggio a queste donne intrepide, alle pioniere del cinema, allestendo una rassegna dal titolo Pioneers: First Women Filmmakers che andrà avanti fino al 26 luglio con le proiezioni di film, per la maggior parte cortometraggi, alcuni dei quali inediti o comunque rari. L’omaggio è il risultato di un lungo lavoro cominciato anni fa: molte pellicole di queste registe, infatti, avevano bisogno di essere sottoposte a lavori di restauro, alcune erano in condizioni pessime, accartocciate, danneggiate o tecnicamente incomplete. Allora la cineteca, in collaborazione col distributore cinematografico Kino Lorber e il Women’s Film Preservation Fund, ha chiesto l’aiuto di tutti lanciando una campagna di raccolta fondi sulla piattaforma Kickstarter, per finanziare i lavori di restauro delle pellicole e riportarle sul grande schermo. Nel 2016 quindi la campagna partiva con questo intento: trovare fondi per restaurare i film di quella che si può considerare la “golden age” per le registe di Hollywood “e avere così un’idea di quanto è andato perso nell’industria cinematografica con la marginalizzazione delle donne a ruoli secondari”. La campagna è stata un successo, sono stati raccolti più di 49mila dollari, che sono stati investiti nel restauro di questi “corti, frammenti di film, capitoli isolati di serie incomplete”. Realizzare le colonne sonore è stata la parte che ha richiesto più soldi, perché, appunto, si trattava per la maggior parte dei casi di corti muti per i quali le musiche sono fondamentali. I film proiettati nelle sale della BAMcinématek vanno dalle commedie divertenti, alle storie drammatiche, i primi western fino ai film che indagano discriminazioni razziali e sessuali. I generi che però dominavano in quegli anni, dal 1910 al 1920 circa, erano lo slapstick (la comicità semplice, che sfrutta il linguaggio del corpo, quella di Charlie Chaplin o di Stanlio e Ollio, per intenderci) e il western, se non altro perché più di altri permettevano di riciclare set e costumi. Mabel Normand era considerata una delle più talentuose, la regina della commedia, genere che aveva in Mack Sennett il suo re. Normand, ritenuta la versione femminile di Charlie Chaplin, era un’attrice dal grande fascino e una donna estremamente indipendente. La sua reputazione si sarebbe inclinata quando, nel 1922, iniziò a circolare la voce (probabilmente falsa) che la regista fosse coinvolta nell’omicidio di William Desmond Taylor. Durante la rassegna sarà proiettato qualcuno dei suoi film in cui Normand fa da regista e protagonista, compreso Caught in a Cabaret (1914) in cui accanto alla donna compare proprio Charlie Chaplin. Un’altra regista protagonista della rassegna è Lois Weber, nel 1916 la più pagata di tutta Hollywood. Riuscì a fondare anche la sua casa di produzione, la Lois Weber Productions. La regista operava in maniera del tutto innovativa per l’epoca, con riprese sulle location e comunque sempre sperimentando. Aveva a cuore specifiche tematiche, come la maternità, il matrimonio, l’essere femminile e pure il problema del controllo delle nascite (di cui racconta nel film del 1916 Where are my children?, pure in rassegna). Era tutto possibile grazie alla libertà creativa di cui poteva godere in quel periodo durante il quale l’idea di censura era ancora lontana. E Lois Weber aveva preso davvero il cinema come una missione: credeva nel suo potere e di conseguenza si concentrava su temi sociali forti, come in Shoesad esempio, nel quale racconta di povertà e di sfruttamento delle donne attraverso la storia di una lavoratrice di una fabbrica (Mary MacLaren) costretta a prostituirsi per denaro. Nel corso degli anni Venti del Novecento, gli uomini iniziarono a radicarsi a Hollywood, la censura mieteva le prime vittime e i grandi studi cinematografici nascevano ad opera di uomini autocratici come Louis B. Mayer, creatore dell’impero Metro Goldwyn Mayer (MGM). Più l’industria cinematografica destava interesse, più la possibilità di guadagno cresceva, meno centrale diventava il ruolo delle donne. E anche queste che erano state “pioniere” diventavano così figure marginali, quasi dimenticate. Almeno fino ad ora che i loro lavori sono stati recuperati e restaurati per diventare protagonisti della rassegna della BAMcinématek. Perché se questi film possono sembrare roba vecchia, di sicuro non lo sono le storie che ci raccontano.

Giulia Echites, La Repubblica

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