Tipi italiani Cesare Lanza

La levatrice del «Giornale» inventava i futuri direttori
Il diploma di ostetrico gli fu dato da Montanelli dopo l’intervista che costò a Indro
il posto al«Corriere».«I giornali di carta sono finiti.Io non mi sento CharlieHebdo»
Cesare Lanza 3
(di Stefano Lorenzetto 
Il Giornale) 
Quando Indro Montanelli lo vedeva entrare nella galleria Cavour di Renzo Cortina a Milano, recipe dove si svolgevano le riunioni carbonare per far nascere il quotidiano che tenete fra le mani, prescription lo apostrofava così: «Ecco la levatrice del Giornale!». Era accaduto – ottobre 1973 – che Cesare Lanza, look all’epoca giornalista del Secolo XIX e collaboratore del Mondo, fosse andato nell’attico romano di Montanelli, a piazza Navona, per fargli sputare che ne aveva piene le scatole della zarina Giulia Maria Crespi, editrice del Corriere della Sera, e dei suoi reggicoda vermigli. «Alla fine dell’intervista, Cilindro mi chiese: “Esce sul Secolo XIX, vero?”. No, risposi io, sul Mondo. Restò interdetto. Pensava di mandare un segnale alla proprietà attraverso una testata di Genova. E invece si ritrovava su un settimanale a diffusione nazionale. L’addio alla corazzata di via Solferino a quel punto divenne inevitabile».

La circostanza induce a pensare che Lanza, più che un ostetrico editoriale, sia uno specialista in onoranze funebri per grandi firme. Si materializzò nei corridoi di via Gaetano Negri anche quando – dicembre 1997 – Vittorio Feltri lasciò per la prima volta Il Giornale. Dell’articolo che poi uscì su Panorama non gli ho mai perdonato due cose: l’avermi raffigurato con una di quelle «facce allegre e nervose che un buon giornalista mantiene nei momenti più drammatici» e l’avermi fatto esprimere – anzi bofonchiare, fu quello il verbo che adoperò – un unico, pregnante concetto: «Uhm». «Ma davvero? Scrissi proprio così? Non me lo ricordavo». Una volta Flaminio Piccoli mi spiegò che si chiama «memoria selettiva».

Essendo ateo, e quindi conscio di non poter assistere al proprio funerale, Lanza ha sviluppato un interesse ludico per la cerimonia degli addii. Ha già predisposto affinché le sue esequie – «in chiesa, se mi ci fanno entrare» – si aprano con Hey Jude dei Beatles («così tutti si commuovono: per la canzone, non per me») e si chiudano con Mamma mia cantata dagli Abba. In passato ho cercato di dirottarlo sul Beatus vir di Antonio Vivaldi, inviandogli una rara registrazione su Cd: niente da fare. Da anni raccoglie necrologi scritti in anticipo per lui dagli amici. Siccome di recente avevo citato quello vergato dal suo ex redattore Guido Vigna, ha preteso che gl’inviassi per sms anche il mio. Mi è uscito di getto il seguente: «Amò talmente la Vita che la Morte lo uccise per gelosia». Ne è rimasto estasiato.

Conosco Lanza, senza averlo mai frequentato, dal 1984. Era direttore del Lavoro di Genova, giornale innovativo, al quale mi ero abbonato per un trimestre due anni prima. Gli domandai d’inviarmelo gratis. Il 4 giugno rispose per lettera: «La tua richiesta, tanto sfrontata quanto inconsueta, mi piace. Ho dato disposizioni affinché il nostro giornale ti giunga in abbonamento gratuito per un anno». Pochi giorni dopo mi cercò la sua segretaria: «Il direttore la vorrebbe assumere al Lavoro. Può venire a Genova per un colloquio?». Declinai l’invito, e lui ancora non si dà pace: «Chissà che cosa avremmo combinato insieme».

Mancando sulla Treccani una voce biografica dedicata a Lanza (ne andrà fiero, dacché hanno inserito Benedetta Parodi), mi tocca, causa lo spazio ristretto, rimandare a Wikipedia per una miglior comprensione del personaggio. A beneficio degli analfabeti digitali, solo alcune informazioni da fonte diretta: prime nozze a 22 anni con Leda, tre figli, divorziato («ma lei mi aspetta ancora in Versilia»); seconde nozze con Antonietta («stiamo insieme da 28 anni»), due figlie; un biennio di convivenza con la collega Lina Sotis, vestale del bon ton e del birignao («bellissima, una passione pazzesca, ma non sopportavo la sua vita sinceramente mondana, ogni sera un salotto, una cena, un vernissage, la Scala, ci siamo lasciati male»); le quattro più belle donne di Milano come premio di consolazione («sorvoliamo, non sarebbe elegante»); direttore del Corriere d’Informazione a 33 anni, in competizione con Giovanni Spadolini, che ebbe Il Resto del Carlino a 30, e Curzio Malaparte, che prese in mano La Stampa a 31; una direzione di fatto al Secolo XIX («il direttore-editore Alessandro Perrone era anche alla guida del Messaggero e non si muoveva mai da Roma»); altre cinque direzioni effettive (La Notte, Contro, Il Lavoro, La Gazzetta del Piemonte, L’Attimo Fuggente); una lunga stagione come autore televisivo di Domenica in e Buona domenica; un blog, Lamescolanza.it, e una newsletter vespertina, Alle cinque della sera; autore di un film, La perfezionista, e di un numero imprecisato di libri, fra cui un Elogio del gioco d’azzardo, che reclamizza durante l’intervista tormentando cinque dadi da poker, come se fossero grani di un rosario.

Sei nato l’8 luglio 1942, giusto?

«A Cosenza, che è mia madre. Ma ho vissuto a Genova, mamma, moglie, figlia, tutto. E ora abito qui a Roma, l’amante».

Manca il padre.

«Mi voleva impiegato al Banco di Sicilia, come lui che per tutta la vita aspirò a diventare capufficio. Ottenne la nomina solo un anno prima della pensione, poveretto. Mi percuoteva con il frustino. L’ho perdonato: suo padre e suo nonno avevano fatto lo stesso con i loro figli».

Perché ti frustava?

«Siccome giocavo a calcio, mi riteneva un perdigiorno. A 17 anni scappai di casa. Andai ad abitare in una pensioncina genovese zeppa di puttane. Mi mantenevo vendendo Bibbie a domicilio».

Dei testimoni di Geova?

«No, di un editore cattolico. Aveva inventato un concorso per gli scolari con un tema di natura religiosa. Così acquisiva gli indirizzi di casa. Il premio consisteva in uno sconto del 10 per cento sulla Sacra Scrittura. Solo che bisognava versare subito una caparra di 350 lire. Esperienza formativa. Imparai a conoscere le tipologie umane. Mi capitò pure di trombare una casalinga, una brava cristiana».

Poi riallacciasti con tuo padre?

«Macché. Per due mesi non venne a cercarmi neppure al liceo Andrea D’Oria. Fosse capitato ai nostri giorni, sarei finito su Chi l’ha visto?, ma allora… L’unico a farsi vivo fu suo cognato. Salì apposta dalla Calabria e mi portò con sé. Divenni il suo sesto figlio. Mi ritrovai catapultato dall’Inghilterra all’India».

Primo pezzo a 14 anni.

«In realtà era una lettera sull’invasione sovietica dell’Ungheria. Data la penuria di materiale, il direttore del Corriere Mercantile la utilizzò come articolo. A Cosenza mi arruolò Gino Sesti, titolare della pagina del Tempo di Roma. Incarico prestigioso, tanto che il preside del liceo Bernardino Telesio mi autorizzò a entrare e a uscire dall’istituto a mio piacimento. In classe scoppiò una rivoluzione».

Chi fu il tuo scopritore?

«Antonio Ghirelli. Un secondo padre. Mi fece scrivere su Tuttosport a 14 anni. Non so che ne sarebbe stato della mia vita senza di lui. Appena mi sposai, mi assunse al Corriere dello Sport».

Credevo Piero Ottone.

«No, Ottone mi nominò suo vicedirettore al Secolo XIX quando avevo già tre figli. Da cinico qual è, forse pensava che gli avrei raddrizzato la redazione».

Tutti uguali i giornali.

«Ti dico solo questo. Jozef Planckaert vinse la Milano-Sanremo. Il tipografo non riusciva a chiudere la riga: “Belìn, il cognome non entra nel titolo!”. Il redattore lo fece uscire senza la “t” finale».

Da direttore ti sei sempre dimesso o ti hanno anche cacciato?

«La prima che hai detto. Andrea Rizzoli, figlio del Cumenda, andò a pranzo da Giovanni Leone al Quirinale e gli parlò del Corriere d’Informazione. Il capo dello Stato, che non conosceva l’edizione pomeridiana del Corsera, lo mandò subito a comprare in edicola. Il titolo di apertura era: “Tempesta sul Quirinale, Leone trema”. Il presidente commentò: “Mi ama questo vostro giornale”. L’aver aderito per imbecillità alla campagna diffamatoria contro Leone è la colpa di cui ancor oggi mi vergogno di più. Rizzoli avrebbe preteso una linea meno anarcoide. Tolsi il disturbo».

Per andare dove?

«Silvio Berlusconi mi voleva a Telemilano. Ma io preferii accontentare Craxi, che mi offriva Il Lavoro, storica testata socialista. Per me Bettino resta un grande amico anche da morto. “Il partito ti darà una mano”, promise. Ma dal Psi non arrivò mai una lira. Sai chi mi aiutò a salvare Il Lavoro? Il cardinale Giuseppe Siri».

Giura! L’arcivescovo conservatore di Genova, difensore dell’ortodossia.

«Lui. Mise insieme una cordata con Flavio Repetto, l’imprenditore di Elah, Dufour e Novi; i Taverna, broker assicurativi; i Cameli, petrolieri. Grand’uomo, Siri. Voleva convertirmi».

Non c’è riuscito.

«Ma sento la necessità della fede. L’avrò ereditata da mio zio Antonio Lanza, che fu arcivescovo di Reggio Calabria. In famiglia era “quel santo”. Morì a 45 anni, avvelenato dalla ’ndrangheta, pare, o forse per una diverticolite curata male. Siri mi disse: “Se non fosse mancato, il prossimo papa sarebbe stato lui”».

Al Corinf avevi messo insieme la più bella redazione d’Italia.

«Walter Tobagi, Vittorio Feltri e Edoardo Raspelli c’erano già. Presi Ferruccio de Bortoli dal Corriere dei Ragazzi, Gian Antonio Stella su segnalazione di Camilla Cederna, Massimo Donelli, Gigi Moncalvo, Francesco Cevasco. Il mio mestiere sarebbe stato quello del talent scout. I migliori li riconosco all’istante».

Quindi ti fu subito chiaro che de Bortoli avrebbe diretto per due volte il Corriere della Sera?

«Non escludo la terza. Aveva le stimmate già nel 1976. Gli altri redattori portavano jeans e maglione, lui solo blazer blu e cravatta. Nel giro di un mese era diventato il cocco mio, dei vicedirettori e del Comitato di redazione. Un dirigente nato. Non dice la verità neppure a se stesso. Per anni mi ha promesso di farmi scrivere sul Corriere. Poi accampava la scusa dei veti interni. Alla fine l’ho tolto dall’imbarazzo: lascia perdere, gli ho detto, però ricordati che quando io ti assunsi i sindacati erano ben più potenti di oggi».

Chi vorresti al timone del Corriere?

«Uno di questi: Carlo Verdelli, Massimo Donelli, Pierluigi Magnaschi o Giulio Anselmi, che lo merita da sempre».

Hai sulla coscienza La talpa e La fattoria. Il tribunale della storia t’irrogherà l’ergastolo.

«Se vuoi fare televisione, devi fare ascolti. E gli ascolti si ottengono tenendo un livello basso, nazionalpopolare. Questo ho fatto, per 11 anni, in Rai e a Mediaset. Oggi non me la sentirei più. Si è passato ogni limite. Sono disgustato».

Il giornalismo come sta?

«La carta è morta. Il Web è il futuro, ma nessuno sa dire come sarà».

L’editore migliore che hai avuto?

«Edilio Rusconi. Al momento di offrirmi la direzione della Notte mi chiese: “Se lei fosse al mio posto, assumerebbe Lanza?”. Non avendo voglia di accettare, risposi: no. Lui batté un pugno sul tavolo: “E io la assumo lo stesso, basta!”».

Ti senti Charlie Hebdo?

«Per nulla. Non si taglia la mela a metà in quel modo».

Le vignette contro Maometto le avresti pubblicate?

«No. E te lo dice un trasgressivo».

E quella sulla Santissima Trinità impegnata in un rapporto sodomitico?

«Neppure. L’articolo 1 della Costituzione afferma che la Repubblica è fondata sul lavoro. Una minchiata, giacché il lavoro è una variabile indipendente dalla volontà umana. Ecco, io vorrei che l’articolo 1 stabilisse che l’Italia è fondata sul rispetto reciproco».

Frequenti ancora i casinò?

«L’ultima volta due anni fa, a Seefeld, in Austria. Il poker dovrebbe diventare materia scolastica. Educa a saper perdere. Tu non potrai mai capire quanto vali se non sei disposto a giocarti tutto in una sola volta».

E tu l’hai fatto.

«Al casinò di Venezia arrivai a vincere 100 milioni di lire in una sera e a perderli nella settimana successiva. Ho scialacquato al gioco e nella vita».

Con le donne come va?

«Ci provo ancora. Le ho sempre sedotte e lasciate per primo, una vendetta contro mia madre, che non mi difese da suo marito. Ma sulla soglia dei 73 mi coglie un’inquietudine: e se poi mi dicono di sì?».

È vero che non voti dal 1992?

«Vero. I politici mi ripugnano, quasi tutti».

Matteo Renzi dura?

«No, se continua così».

Così come?

«Tante promesse, pochi fatti. Vorrei dirgli: guardati dalla ribellione degli italiani, ragazzo. Si sono stufati anche di Andreotti e Craxi, che pure erano divinità».

Ma il necrologio per Cesare Lanza scritto di tuo pugno l’hai in serbo?

«A te posso rivelarlo: “Genoano, quindi sempre dalla parte dei perdenti”».

Stefano Lorenzetto