ANNA AMMIRATI, LA ‘MONELLA’ DI TINTO BRASS SI RACCONTA. “ADESSO PEDALO DA SOLA E PORTO ‘NAPSOUND’ SUI PALCHI DI TUTTA ITALIA”

“Ora mi guida la tradizione partenopea” tra poesia ed elettronica

Anna Ammirati pedala ancora da sola. Convinta. Va avanti. Vent’anni fa salì su una bicicletta, immortalata di spalle, gonna alzata, la maggiore età appena arrivata, divenne l’ultima eroina di Brass, una Monella (“e anche la più giovane”); da qualche mese è su un palco, in compagnia della sua modulazione vocale estrema, della musica elettronica in sottofondo, delle scenografie (“alcune ora sono sul pavimento di casa. Mia figlia disperata”); da sola, ma “protetta” dalla tradizione partenopea, dalle poesie che recita, da una vita giocata con il vento in viso, e in giro per l’Italia (domani e giovedì è a Napoli, teatro San Ferdinando) per una piece pensata, voluta, prodotta e recitata. Sola, appunto.
Autogestione.
Mi sono occupata della qualunque: dai diritti Siae alla stampa della locandina.
Tutto per “Napsound”.
Sembra un film, è realtà: ho bussato in ogni dove e non so per quanto tempo; a ognuno presentavo le 13 poesie di autori napoletani, con attorno il racconto drammaturgico.
Reazioni?
La presenza della musica elettronica ha spiazzato, la gente di teatro non riusciva a inquadrare, dicevano: “È un concerto? Un ibrido? Prosa? Cos’è?”
Quindi?
Ho capito che sarebbero trascorsi anni, ho deciso di giocarmela in prima persona, compresa la parte economica: vendo pure lo spettacolo.
Niente lacrime sui rifiuti.
È la vita, in ogni campo: se ti lascia un fidanzato non puoi restare in casa e per mesi a dire: “È un pezzo di merda”.
Lei ha raccontato come già nel 1996 l’agente le disse: “Non c’è lavoro”.
Il benvenuto a Roma, ho trovato solo chi che mi raccontava della situazione grave.
L’hanno mandata in crisi?
Più volte ho pensato di mollare, direzione Ibiza. Poi ho resistito.
Atteggiamento da Monella.
Oggi il ricordo di quell’esperienza mi diverte.
Mentre prima…
Un po’ la subivo, ero incastrata nel ruolo, nella bicicletta, nel culo. Non credo mi abbia danneggiata, dopo mi sono arrivate proposte completamente diverse: non sono una pin-up, una bonona, certo avrei potuto lavorare di più.
Creare una sua maschera…
La credibilità me la costruisco tutti i giorni. Però girare a 19 anni un film del genere è stato un atto di incoscienza, l’ho preso con leggerezza. Tinto mi ha proprio cercata, mi ha chiamato la moglie, e ancora lui. Io ero negli Stati Uniti.
Quando è tornata?
Ho raggiunto Cinecittà con il mio motorino, un vecchio Ciao, e mi sono trovata davanti a 200 ragazze, alcune modelle, per un provino in costume e in pellicola. Una rarità.
Poi il successo.
Venduto in 42 Paesi, per presentarlo ho viaggiato, catapultata da Madrid a Parigi, una popolarità pazzesca. Questa storia non l’ho vissuta benissimo, era troppo. Prima potevo andare a un centro sociale, uscire, fidanzati della mie età, poi mi sono trovata totalmente scollata dalla vita precedente.
Adrenalina.
Mi sentivo a disagio, non ero me stessa, per niente spigliata.
A chi chiedeva aiuto?
A nessuno. Sola.
Un amico, un parente.
La mia famiglia no. Ero quasi scappata da casa, volevano studiassi giurisprudenza, io puntavo già sull’attrice. Papà quasi si vergognava perché vivevo, indipendente, a Roma.
Gli anni a Napoli?
Mio padre si comportava da dittatore, se qualche ragazzo mi guardava, lo affrontava.
E sua madre?
Mi chiamava preoccupata, mi avvertiva: “Occhio, oggi ti viene a prendere”. Così uscivo dal liceo a occhi bassi, cambiavo abbigliamento, avevo i vestiti nello zaino. Ho girato Monella anche come gesto di liberazione.
Lui lo ha visto?
Uno choc. E comunque è stato bravo Tinto a gratificarmi, per me non c’era nulla di male, stare nuda sul set non mi imbarazzava, stare nuda mi piace, è il momento in cui mi sento meglio, anche in spiaggia.
A rischio paparazzi?
Non mi si fila nessuno, sono un attrice di teatro sperimentale, non sono di interesse.
“Quando parlo in italiano traduco dal napoletano”.
Adesso meno, mi sono evoluta. Quando sono arrivata a Roma mi fermavo e dovevo pensare al termine giusto, il dialetto era la mia lingua. Con Napsound sto recuperando le origini.
Questo spettacolo è una responsabilità.
Ho dieci persone con me, e a volte baro.
Con chi?
Con alcuni fornitori quando entrano in dettagli tecnici, e io “sì, certo”, poi corro a informarmi.
Sua figlia ha 15 anni, è interessata?
Per niente, non ci sopporta più: anche suo padre è attore, un ronconiano del Piccolo, lei passa dal suo classico al mio sperimentale.
Da genitore comprende di più suo padre?
Sì, più cresco e più gli assomiglio.
Cosa vuole studiare?
Dice giurisprudenza.
Quello che desiderava per lei suo padre.
Eh già…

Il Fatto Quotidiano

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