Così i colossi digitali si stanno mangiando la televisione

Prima è toccato alla musica, poi ai giornali. Adesso è la volta della televisione. Non si salva nessuno dalla rivoluzione digitale. Perché il pubblico (gli ascoltatori, i lettori, gli spettatori) è insoddisfatto (chi più e chi meno e per mille ragioni) di ciò che gli viene proposto. Nel «cosa» e nel «come». E i colossi del digitale sono sempre più potenti. Padroni di miliardi di dati che consentono loro precise analisi su ciò che la gente consuma, quando e come lo fa. E poi hanno mezzi così potenti da convincerci che quello che ci propongono è ciò di cui davvero abbiamo «assolutamente bisogno». La loro è una corsa sempre più veloce e ingorda. Vogliono conquistare tutto. Triturare, distruggere, ricomporre e rivendere suoni, parole e immagini con nuovi modelli e nuovi mezzi.

Dirlo potrà sembrare anche esagerato: ma la verità è che Amazon, Apple, Facebook e Google si stanno spartendo il mondo. Stanno decidendo cosa dobbiamo ascoltare, guardare e leggere e quando e in che modo lo dobbiamo fare. Alternative ne esistono, eccome, ma sono delle formiche che combattono contro giganti. Ed è purtroppo facile intuire come andrà a finire qualunque sfida.
Prendete la televisione. Sono passati quasi 30 anni dall’arrivo anche in Italia della pay-tv. Sembra un secolo fa. Non esistevano ancora né smartphone né social network. Ma, seppure con decine di canali a disposizione, a molti italiani l’offerta televisiva sembrava già insoddisfacente. Poi sono arrivate Sky e Mediaset Premium. E la prima è diventata per fatturato il primo gruppo televisivo in Italia, davanti a Mediaset e Rai. Ormai è così grande da rischiare di non crescere più. Perché abbonarsi costa tanto ma anche (paradossalmente) per la troppa offerta.
Perché il pubblico – soprattutto giovane – cerca modelli veloci e poco costosi. Non gli interessa più la tv di flusso (quella che trasmette tutto il giorno programmi ad orari precisi) e nemmeno un colosso come Sky. Preferisce piattaforme dove scegliere ciò che vuole vedere a qualunque ora, come davanti ad una specie di YouTube.
Per questo le tv tradizionali di tutto il mondo, ma anche Sky, hanno una gran paura di Netflix, Amazon Prime Video e ora di Facebook. Perché le nuove «tv non tv» rischiano di sottrarre loro non soltanto spettatori e abbonati ma soprattutto investimenti pubblicitari. Come il digitale ha fatto prima con la musica e poi con i giornali. Non sarà gentile dirlo, ma nei prossimi anni il mondo della televisione rischia di entrare in profonda crisi, occupazionale ed economica.
In più il pubblico (cioè tutti noi) è sempre meno legato ai marchi e alle insegne. Quello che conta è il contenuto e sempre meno chi lo propone. Il che porta anche ad effetti disastrosi perché tende a dare la stessa importanza a tutto e tutti. Ma tant’è.
Non è un caso che Netflix, Amazon e ora Facebook hanno deciso di produrre contenuti propri e non solo di rilanciare film e programmi altrui. Con una differenza. Facebook Watch, lanciata ieri, sarà una nuova piattaforma per gli show sul social per tutti i creatori e gli editori, che sarà disponibile su mobile, desktop e laptop e nelle app TV di Facebook. «I contenuti sono costituiti da episodi – in diretta o registrati – e seguono un tema o una trama. Per aiutare le persone a tenere il passo con gli show che seguono, e per far sì che non si perdano mai gli ultimi episodi, Watch ha una Watchlist ed è personalizzato per aiutare gli utenti a scoprire nuovi show, organizzati in base a ciò che guardano gli amici». Per il momento la piattaforma sarà testata solo in un gruppo limitato di persone negli Stati Uniti, ma presto dovrebbe essere estesa a tutti.

Gigio Rancillo, Avvenire.it

 

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