Pif finisce in paradiso nel nuovo film di Daniele Luchetti

Il regista: «Lavorare con lui è una specie di regalo. Giocando racconto la fine della vita di un non eroe»

Daniele Luchetti racconta lo stupore dei palermitani che per strada gli chiedono: «Girate un film? Ah. E non è di mafia?». Il suo protagonista è Pif, piccolo eroe della città, che muore nei primi minuti del film in un incidente di moto. Si ritrova in Paradiso, che è un ufficio postale Anni 30. Burocrazia, numeretti, gente in fila. Le persone sono colte nell’istante della morte, chi è in pigiama, chi con la muta da sub…Luchetti gira Momenti di trascurabile felicità, prodotto da Beppe Caschetto e Rai Cinema, unendo i due best seller (Einaudi) di Francesco Piccolo, e cercando un tono diverso al suo cinema d’autore. Voglia di leggerezza. Una commedia surreale abitata dal volto stralunato di Pif. «E’ una sorta di regalo lavorare con lui», dice il regista, «mi piace come personaggio pubblico e come ragiona. E poi la sua presenza rende più chiaro che non è una storia al cento per cento dentro il realismo».L’ingegnere impersonato da Pif era troppo giovane per andarsene. Gli riconteggiano gli anni di vita e gli danno un’ora e mezza di vita in più. Lo rispediscono in Terra, accompagnato da un impiegato del Paradiso che lo sorveglia perché si ripresenti all’ora giusta.«Lui vorrebbe fare i conti con le cose importanti che ha lasciato ma non ve n’è traccia. La sua esistenza è stata una collezione di tradimenti, imperfezioni, errori, tempi perduti». Dei due libriccini, pieni di lampi di gioia, di tic, di segreti inconfessabili, dove Piccolo ha riversato le sue idiosincrasie, restano alcuni temi: la famiglia, le boutade, le vigliaccherie, gli incantamenti.«La vita di un uomo medio», dice Luchetti. Un anti eroe? «Direi un non eroe». Si pensa al migliore Alberto Sordi, «sbugiardato, umiliato, abbandonato, con la paura di essere dimenticato presto». La troupe sentendo i dialoghi si dà di gomito, scatta l’identificazione, «è successo anche a noi», commentano. Quelle cose che si fanno quando non pensi di essere visto dagli altri. Il non eroe spreca quell’ora e mezza in dettagli trascurabili. Gli altri non sanno che lui è morto, il film è «il» suo punto di vista. Ha una moglie (Tony, vista in Tutti i santi giorni di Virzì ) che in casa si è organizzata a vivere per suo conto. «Come farete senza di me?», chiede lui. Lei: «Eravamo già senza di te». Questo disastro è comunque una vita, con le smagliature e le cuciture che danno una forma. Luchetti ha rivisto i lavori Frank Capra («ma il fantastico nel mio film c’è solo nell’assunto del tornare in vita»); il riferimento ideale va a Io & Annie» di Woody Allen, il flusso di coscienza, il pensiero che interpreta l’azione che sta accadendo: «La commedia è un risarcimento a un’infelicità profonda». Dove risiede la vera felicità? «Da una parte nel possedere niente, anche se è ideologico dirlo; dall’altra nell’avere passione per una cosa».C’è una predisposizione a essere felici o infelici? «Picasso era un uomo felice perché totalmente egoista». Luchetti ha 58 anni ed è ridiventato padre a 54: «Un atto di egoismo, da parte mia». La sua preoccupazione è che quando uscirà il film verrà assediato dalle domande sulla felicità: «Non sapendo nulla, dovrò documentarmi. In realtà racconto la fine della vita, e l’accettazione della morte. Senza sdolcinatezze». È il tentativo di un film diverso: «Dopo Il portaborse avrei potuto fare cinema politico e campare allegramente all’infinito. Mai accettato di essere il cliché, cerchiamo di uscire dal vicolo cieco, rivendico il diritto al gioco. Il cinema di qualità, che registra disaffezione del pubblico, non dev’essere solo malinconia e rabbia. Il filone del dolore può risultare accademico e diventare un genere, mi ci metto anch’io, intendiamoci. Mi piacerebbe girare una serie tv. Una volta la fiction era il tempo dilatato, meno la qualità del cinema. Oggi è il tempo più il cinema».Scherzando ricordiamo a Luchetti, a cui non mancano lucidità e ironia, il motto di Billy Wilder: il film perfetto dura 1 ora 30 minuti. Sorride: «Io sforerò di due minuti. Infatti è un film imperfetto».

Valerio Cappelli, corriere.it

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