Ethan Hawke sventola la bandiera Usa dell’amore

“Io sventolo la bandiera dell’americanismo ma non quello che consiste nel nazionalismo, nella paura o nella divisione. Questa bandiera io la congiungo con l’amore”. Parola di Ethan Hawke, celebrato attore dello star-system americano ma non nuovo a puntate fuori schema, regista, produttore e co-sceneggiatore di ‘Blaze’, anticonvenzionale biopic sul misconosciuto cantautore Blaze Foley, nonostante fosse un mito della musica outlaw country texana. Il film fuori concorso al ’71 Locarno Festival, viene proposto in Piazza Grande e nell’occasione il cineasta viene celebrato con l’Excellence Award.

Nella storia si intrecciano, in sintesi, tre ‘movimenti’: il passato, il presente e il futuro postumo del musicista in cui si racconta il suo amore con la compagna e poi moglie Sybil Rose, la sua ultima notte sulla terra quando venne ucciso a 40 anni da un tossicodipendente nero figlio degenere di un suo amico con una fucilata e il ricordo degli amici anche critici con il suo caratteraccio. E’ un’adattamento cinematografico del romanzo biografico ‘Living in the Woods in a Tree: Remembering Blaze’ scritto dalla Rosen (“Sybil è venuta spesso a trovarci sul set aiutandoci con i posti, la musica, gli amici i consigli”, spiega Ethan). A interpretarlo è l’esordiente Ben Dickey, a sua volta cantautore e se così non fosse non avrebbe potuto interpretare la parte in un lungometraggio musicale che dura oltre due ore, premiato per questo lavoro come migliore attore al Sundance: “Conoscevo Blaze come musicista e alcune delle sue canzoni erano nel suo repertorio. C’era una sorta di leggenda sulla sua morte. Mi ha dato molto”.

Ed effettivamente il tema centrale – i demoni inarrestabili di Foley distrutto da alcool, droga e irrazionalità disturbante – è ben messo a fuoco. E fa tenerezza il rapporto candido e sincero con Sybil in una vita anti-moderna nei boschi e poi l’incontro con il padre Kris Kristofferson, affetto da apparente demenza senile. Ma l’amore, la natura, il bello, il semplice della vita hippy, l’autostop, il non pensare a come guadagnare per vivere di Blaze non riescono a fermarne l’autodistruttività fra un aborto, il tradimento, gli accessi di rabbia e la separazione con Sybil. Tutto narrato, anzi declamate nelle continue canzoni tristi e mai solari. Fino alla fine anche fisica. Su poesia, purezza e coinvolgimento personale ha insistito Hawke: “Mi sento molto vicino a questo film, coinvolto, ci ho messo qualcosa di me. Presente, passato e futuro sono intrecciati, del resto per me ‘L’attimo fuggente’ è come fosse stato fatto ieri. E’ crepuscolare, ricorda gli anni Settanta? Sì, mi piacciono i film di allora imperfetti e non tecnologici”. “Il premio per me, il fatto che un attore possa diventare leggenda? Non bisogna mitizzare – conclude -, è naturale come avere il naso e la bocca. E se si ritiene troppo intimistico il film io penso che ogni volta che si dice la verità si compie un atto politico”.

Claudio Scarinzi, ANSA

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