C’erano una volta/ Walter Chiari

di Cesare Lanza

II seduttore rivale di Totò che sciupò vita e talento

E comico, coinvolto ingiustamente in una storia di droga, morì da solo in un residence Amò Ava Gardner, che però non gli perdonò l’imitazione di Sinatra, suo ex marito

Più di una volta Walter Chiari mi disse: «C’è una sola battuta originale, o una sola barzelletta, e da lì discende tutto…». Confesso che non ho mai capito cosa volesse dire, ma mi sono ben guardato dal chiederglielo. È buona regola non esprimere curiosità, non fare obiezioni o, peggio, polemizzare con un attore comico professionista, per evitare di diventarne lo zimbello, il bersaglio delle sue battute. Suppongo che volesse dire che fosse sufficiente una buona battuta iniziale, per andare avanti. Walter Chiari era il più grande monologhista che abbia conosciuto. È stato incompiuto, incompreso; ha sciupato le sue immense potenzialità. Ma credo che nessuno possa negargli un titolo di merito indiscutibile: era il re del monologo, poteva andare avanti mezz’ora, o un’ora e più: anche senza il sostegno di una spalla; e senza minimamente annoiare il pubblico. Totò o Walter Chiari, chi è stato il più grande? Spesso ho sentito porre questa domanda, simile a quelle sportive, Gino Bartali o Fausto Coppi, Juventus o Grande Torino.
Rispondo senza esitazioni: Totò. Però il principe Antonio De Curtis (irresistibile e intramontabile) fondava tutto sull’improvvisazione e sulla sponda dei partner. Che Jo odiavano perché non teneva minimamente in considerazione il campione e, di fronte alle sue nuove battute, la spalla di turno doveva ingegnarsi ad assecondarlo… Al contrario, Walter Chiari coglieva ogni spunto possibile, quando era in scena da solo, o grazie agli assist del partner, per esibirsi in cavalcate solitàrie. Comunque sia, tutti e due, Totò e Walter, sono i protagonisti dei due pezzi più esilaranti, a parer mio, nella comicità del dopoguerra. Tutti e due, per una curiosa coincidenza, ambientati su un treno. Totò con un onorevole non gradito, in vagone letto. Chiari in uno scompartimento con una valigia che contiene un misterioso animale, il sarchiapone. I due sketch alliorigine duravano 5/10 minuti: via via, grazie ad aggiunte e improvvisazioni arrivarono fino a tre quarti d’ora! Non posso definirmi un vecchio (…) avevo un grande amico, Nanni Massa, purtroppo scomparso da molti anni. E Nanni era un vero e grande amico di Walter: sicché, quando il comico passava da Genova per i suoi spettacoli, qualche volta ci ritrovavamo tutti e tre a pranzo o cena. E, così come ero un fan sfrenato della migliore qualità di Walter, l’incredibile capacità di sostenere i monologhi, scoprii anche, direttamente, il suo peggior handicap caratteriale: la vocazione più che l’abitudine ad arrivare in ritardo, senza ragioni né possibili giustificazioni. Una sera aspettavamo Walter da Cardinali (un pregiato ristorante di Genova, in via Assarotti, che oggi non esiste più): l’appuntamento.era alle 20, Chiari se ricordo bene arrivò scusandosi affabilmente – un po’ prima delle 21. Poco male. Gli avevamo promesso di accompagnarlo al leggendario Covo di Nord Est, tra Santa Margherita e Portofino, dove si sarebbe esibito intorno a mezzanotte. C’era tutto il tempo! Cominciammo a cenare. Walter era in gran forma. Spesso, come tutti i comici, era visibilmente depresso o, più precisamente, malinconico, come tormentato da dubbi e interrogativi su di sé e, in generale, sul senso della vita. Ma quella sera era pieno di energia: nella sua affabulazione, quasi fosse su un palcoscenico, si alternavano i ricordi: donne, il pugilato (era stato campione dei pesi piuma), personaggi famosi con cui aveva lavorato, barzellette, battuteli tempo passava piacevolmente, verso le undici Nanni e io cominciammo a preoccuparci: «Guarda Walter, se andiamo via di corsa facciamo appena in tempo…». E lui: «Stiamo così bene, qui, che fretta avete?». «Noi non abbiamo fretta, ma tu…». «Io bene, e voi? A casa tutto bene? Ricordate di salutarmi le signore…». Un’altra battuta, un altro bicchierino, il tempo volava. Noi preoccupati per lui, lui si esibì nella celebre barzelletta del signore afflitto da un tic devastante, e per di più balbuziente, a cui una mamma chiede di indicare dove si trovi via Garibaldi. Capii che lo show – esemplare – non era dedicato soltanto a noi, ma ai camerieri e ai clienti degli altri tavoli, che lo seguivano incantati, e alla fine lo applaudirono. Insomma, un bicchierino, la barzelletta dell’alpino nella guerra ’15-18, un altro bicchierino, la barzelletta del cameriere con il cliente che insiste a chiedere il risotto alla milanese anche se non c’è, un altro bicchierino, gli applausi della gente che intanto si era affollata intorno al nostro tavolo. Si era fatta mezzanotte e Walter mormorava: «Inutile andare ormai, arriveremmo troppo tardi, troveranno una scusa. Mi chiameranno un’altra volta». Ho assistito in diretta all’autodistruzione del comico, allo sciupio che faceva di sé, fino a buttare alle ortiche il talento e la carriera, Negli ultimi anni gli impresari, per timore di ritardi e «bidoni», non lo chiamavano più. Al punto che Walter, per di più scialacquone e generoso con tutti nelle stagioni d’oro, morì in assoluta povertà. Era nato l’8 marzo 1924 a Verona, da una famiglia di origine pugliese: il papa si chiamava Carmelo Annichiarico e a Grottaglie era funzionario di polizia. Walter si spense a Milano, in solitudine, sul divano di una camera in un residence, davanti alla televisione. Era la vigilia di Natale, il 20 dicembre 1991. Un’altra, importante, dimensione di Walter fu il suo fascino con le donne. Un conquistatore nato. La storia breve – più famosa fu con Ava Gardner: lo rese celebre, e invidiatissimo, in tutto il mondo. Mitica la scena in cui Chiari invia Veneto si avventa su un paparazzo, che aveva molestato la sua privacy, in attimo amoroso con la star di Hollywood. E così a lui si ispirò perfino Federico Fellini per uno spunto de La dolce vita. Era il 1958, di questa storia d’amore si sa davvero poco. Walter non parlava volentieri, anzi non parlava mai della sua movimentatissima vita sentimentale. Certo è che conobbe la super diva – tre mariti e un’infinità di amanti – sul set del film La capannina, una produzione americana, in cui fu ingaggiato per la sua buona conoscenza della lingua inglese. Si piacquero all’istante: lui, 24 anni, piaceva alle donne perché era alto, bello, aitante (un ex pugile), seduttivo, sfrontato ma gentile… Lei, famosa e inquieta, bellissima, coglieva tutto ciò che la intrigava, con assoluta libertà di mente. Durò pochissime settimane, la leggenda – verosimile – dice che a una cena a Roma Walter Chiari improvvisò una irresistibile imitazione di Frank Sinatra, da cui Ava si era da poco separata. E Ava, indignata, lasciò il tavolo e andò direttamente a Fiumicino, dove prese il primo volo per gli Stati Uniti. Non ci sono riscontri e testimonianze attendibili, ma questo drastico epilogo è verosimile: il giovane Annichiarico non si fermava – per soggezione – di fronte a niente e a nessuno. La diva, molto orgogliosa, esigeva rispetto. Si racconta che si era innamorata e/o aveva fatto innamorare miliardari, registi, attori, toreri e grandi scrittori: da Luis Miguel Dominguin a Ernest Hemingway, da Clark Gable a Frank Sinatra. E dava giudizi taglienti: a suo dire Humphrey Bogart era un piccolo bastardo, Aristotele Onassis uno stronzo allupato. Al di là del gossip, le sue memorie, uscite postume, hanno legittimato tante voci e scabrose, o meno, indiscrezioni. Non solo imbarazzanti ricordi, come la sospetta pedofilia del primo marito, Mickey Rooney, che aveva sposato a soli 19 anni, ma anche retroscena divertenti, come la sbronza che rese con Winston Chirchill a bordo del panfilo di Onassis (che invano tentò di sedurla). Non ci sono ricordi o battute su Walter Chiari: era dunque stato un semplice capriccio, un passatempo? Se così fu, il flirt tra Ava e Walter si inquadra nel bouquet di successi amorosi dell’attore comico, tanto numerosi quanto fragili: da Delia Scala a Elsa Martinelli, da Lucia Bosè a Maria Gabriella di Savoia, da Mina a tante soubrette e attricette forse alla ricerca di scampoli di notorietà e pubblicità. Mentre, sia pure superficialmente 0 tormentosamente, Walter si innamorava puntualmente. Con evidenza era alla ricerca di un sentimento stabile, profondo. L’unico legame forte, resistente, fu con Alida Chelli: passione esagerata e incontrollata, litigi e frenesia, riappacificaziom romanzesche… Si sposarono nel 1969, divorziarono dopo tre anni: dall’unione è nato Simone, che spesso ricorda il papa con devozione, interviste ricche di affetto (e perfino con un libro). Incompiuto e incompreso, ho scritto e confermo. È un peccato che i registi che intuirono la complessità artistica di Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman e Alberto Sordi non abbiano dato opportunità anche a Walter Chiari di esprimere il suo talento nella brillante commedia all’italiana, la migliore, quella dolce amara, non solo ridanciana. L’unico fu Dino Risi, che gli offri II giovedì, dal regista considerato non a caso il suo miglior film. Il successo di Walter nei programmi televisivi, un exploit travolgente, forse gli rovinò e soffocò l’immagine, come se non fosse capace di cimentarsi in altro. Bisogna ricordare che Chiari fu anche perseguitato da una vicenda giudiziaria per spaccio (figuriamoci) e usò di droga, che ricorda quella – in anni successivi – che fulminò e distrasse Enzo Tortora. Non ho elementi nuovi e diversi per sostenere Walter, ma ciò non mi impedisce di raccontarlo con affetto, stima e solidarietà: per come l’ho conosciuto, un uomo gentile, generoso e mai arrogante, un artista autodistruttivo, con un talento superiore al successo che pure riuscì a ottenere. Di lui vorrei infine ricordare la lapide che aveva suggerito per la sua tomba: «Amici, non preoccupatevi, è solo sonno arretrato». Mi dicono che non è stato accontentato. Ma non è mai troppo tardi.

di Cesare Lanza, La Verità

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